Rapporto Rsf
I paesi africani sono in fondo alla classifica stilata da Reporters sans frontières sulla libertà di stampa. L’Eritrea, da 4 anni, resta il fanalino di coda. Ma la peggior “performance” è del Sudan, sceso al 172esimo posto. Aspra la critica al Rwanda.

 

La libertà d’informazione è un bene fragile come un’antica porcellana. E l’Africa si è spesso comportata come un elefante che non si preoccupa di calpestarla.

Il continente esce spesso con le ossa rotte, infatti, dalle tradizionali analisi che radiografano la salute dell’informazione nei vari paesi. Uno di questi è l’annuale rapporto sulla libertà di stampa presentato da Reporters sans frontières (Rsf), che ha iniziato a pubblicare questa particolare classifica dal 2002.

Più della metà (28) dei paesi africani, in base a questo studio, si colloca oltre la centesima posizione. Ben 5 (Tunisia, Guinea Equatoriale, Rwanda, Sudan ed Eritrea) si piazzano negli ultimi 15 posti, con Asmara che vanta il tristissimo primato di essersi accucciata nell’ultimo scalino (il 178esimo), senza che nessuno la scalzi, da 4 anni a questa parte.

Anche se i numeri, come sempre, si possono leggere con lenti diverse. Gli ottimisti, per esempio, potrebbero notare come nell’ultimo anno ben 27 paesi africani abbiano migliorato la loro posizione in classifica, con “performance di assoluto rilievo per nazioni quali la Tanzania (passata da 62esima a 41esima), la Guinea Bissa (da 92esima a 67esima), o lo stesso Kenya, passato dalla 96esima alla 74esima posizione.

Chi invece deve indossare la maglia nera per la discesa più rapida negli inferi dei bassifondi è il Sudan che, come racconta il rapporto, ha dato solo per qualche mese in pasto all’opinione pubblica mondiale l’illusione di voler ripristinare un minimo di circolo virtuoso in fatto di libertà dei media. Per poi, in prossimità delle elezioni dello scorso aprile e subito dopo, tornare alla più bieca censura e controllo del panorama informativo pubblico.

Arriva poi l’ennesima conferma che la regione al mondo dove si restringono maggiormente gli spazi di libertà di espressione resta il Corno d’Africa. Infatti, al di là della situazione critica di Eritrea e Somalia (161), l’Etiopia non vuole abbandonare gli ultimi posti della classifica (139), con il premier Meles Zenawi perfino accusato di utilizzare gli aiuti pubblici per zittire l’opposizione.

 

Non deve trarre in inganno, poi, la modesta discesa in classifica dell’Uganda (da 86esima a 96esima): gli omicidi di due giornalisti in altrettanti incidenti, avvenuti lo scorso settembre, e il recente aumento degli attacchi fisici e gli arresti di numerosi cronisti stanno alimentando preoccupazioni sul clima che sta avvolgendo i media, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno.

Il Camerun è calato di 20 posizioni (oggi è 129esimo) a causa della morte in prigione del direttore di Cameroon Express Bibi Ngota, arrestato ai primi di febbraio insieme ai colleghi Serge Sabouang e Robert Mintya, con l’accusa di essere l’autore di un falso documento in cui era stata imitata la firma del segretario generale della presidenza della Repubblica, Laurent Esso.

Esce con le ossa rotte dal rapporto anche il Maghreb visto che Algeria (133esima), Marocco (135esimo) e Tunisia (164esima) sono tra i paesi dove si soffoca maggiormente la possibilità di esprimersi liberamente.

Quelle che seguono sono le sintesi dei capi d’accusa di Reporters sans frontières nei confronti dei peggiori stati africani in fatto di libertà di stampa.

Eritrea (178esima). Per il quarto anno consecutiva occupa l’ultimo posto di questa speciale classifica. Almeno 30 giornalisti Almeno 30 giornalisti e quattro collaboratori dei media sono detenuti in isolamento in condizioni spaventose, senza diritto a un processo e senza che si sappia in che condizioni sono costretti a vivere. I giornalisti dipendenti dei media statali, il solo tipo di organo di informazione tollerato, devono scegliere tra obbedire ai distato ministerali o tentare di abbandonare il paese. I giornali e giornalisti stranieri non sono affatto benvenuti in Eritrea.

Sudan (172esimo). La revoca temporanea della censura preventiva sulla stampa in Sudan era solo una cortina fumogena, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari di aprile. In realtà il più grande paese dell’Africa è sceso in classifica di ben 24 posizioni, conquistando il poco invidiato record di paese dove la stato di salute della libertà di stampa è peggiorato di più in Africa. Peggio di Khartoum ci sta solo Asmara. Ciò è dovuto in parte per la chiusura del quotidiano di opposizione Rai-al-Shaab e l’incarcerazione dei cinque membri del suo personale. Ma soprattutto per il ritorno a un controllo statale preventivo sulla stampa dei giornali, che rende di fatto impossibile coprire in modo obiettivo vicende chiavi come sarà il futuro referendum per l’indipendenza del Sud Sudan.

Rwanda (169esimo). Il paese del presidente Paul Kagame, tornato al potere in elezioni molto discutibili, è caduto di 12 posizioni. Ed ora Kigali è al terz’ultimo posto in Africa. La chiusura di importanti pubblicazioni indipendenti, il clima di terrore che ha pervaso le elezioni presidenziali e l’omicidio del vice direttore di Umuvugizi, Jean-Léonard Rugambage, a Kigali sono state tra le ragioni di questa caduta. I giornalisti sono in fuga dal paese a causa della repressione, in un esodo che assomiglia molto a quello somalo.

Somalia (161esimo). I media non sono stati risparmiati dalla guerra civile in corso tra il governo di transizione e le milizie islamiche, ei giornalisti spesso sono vittime della violenza. I due leader delle milizie islamiche, Al-Shabaab e Hizb-Al-Islam, stanno gradualmente prendendo il controllo di stazioni radio indipendenti e le utilizzano per trasmettere la loro propaganda politica e religiosa. (Giba)

 

(In audio, Domenico Affinito, vice presidente di Reporter sans frontières intervistato da Michela Trevisan)