Dirty Diesel / Rapporto Public Eye
Alcune grandi compagnie petrolifere europee stanno sfruttando i deboli standard di regolamentazione dei paesi africani per esportare combustibili di bassa qualità e altamente inquinanti che non potrebbero mai vendere in Europa, contribuendo gravemente all’inquinamento delle grandi metropoli in espansione in Africa.

È quanto viene svelato dal rapporto intitolato “Dirty diesel” (“Diesel sporco”), pubblicato giovedì scorso dall’organizzazione non governativa svizzera Public Eye (precedentemente conosciuta come “La Dichiarazione di Berna”). Un’indagine durata tre anni in 8 paesi africani (Angola, Benin, Repubblica del Congo, Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Senegal e Zambia), denuncia la deplorevole condotta di alcuni grandi operatori commerciali e l’impatto che sta avendo sulla salute del continente africano. Al centro dello studio ci sono in particolare la benzina e il gasolio distribuiti dalle compagnie elvetiche Vitol, Trafigura, Addax & Oryx Group (AOG) e Lynx energy.
L’interesse di Public Eye in questo settore è nato a seguito di alcuni casi sconvolgenti come quello clamoroso della “Probo Koala”, una nave cisterna noleggiata dalla Trafigura, che aveva scaricato rifiuti tossici in Costa d’Avorio nel 2006.

Miscele venefiche
Da quanto si apprende per aumentare i loro profitti, questi commercianti da anni effettuano continuativamente miscele con prodotti tossici e particolarmente dannosi per l’ambiente e per la salute. Spesso queste operazioni rischiose sarebbero state svolte in porto. In particolare si parla di Rotterdam, Amsterdam e Anversa, la cosiddetta “zona Ara”. Ma anche in mare a poche miglia al largo delle coste di Gibilterra o dei principali porti dell’Africa occidentale.
Successivamente procedono all’importazione nel continente dove le regolamentazioni permettono la distribuzione di combustibili con alti livelli di zolfo. Secondo Public Eye, la preparazione di combustibili ad alto contenuto di solfuro è così radicata nelle abitudini degli intermediari e commercianti di queste compagnie, che sono abituati a chiamare questi prodotti petroliferi “combustibile di qualità africana”.
Quando questo carburante viene bruciato, lo zolfo viene rilasciato nell’atmosfera sotto forma di anidride solforosa e altri composti che sono fra le principali cause di malattie respiratorie come la bronchite e l’asma. Alla pericolosità dello zolfo va aggiunto il rischio di per sé legato alle emissioni di polveri sottili nell’atmosfera. Queste polveri si concentrano nei polmoni e causano malattie cardiache e polmonari.

Livelli di zolfo nel disel, divisi per azienda

Inquinamento preoccupante

Nell’indagine i ricercatori hanno raccolto campioni di carburante dalle stazioni di servizio di proprietà o rifornite dalle grandi aziende sopracitate. Dopo averli fatti analizzare da un laboratorio indipendente, hanno scoperto che in due terzi dei gasoli testati era presente un contenuto di zolfo di almeno 150 volte superiore (1500 parti per milione, ppm), rispetto al limite autorizzato in Europa, Usa e, dal 2017, anche in Cina (che è di 10 ppm). Il picco è stato registrato in Mali con 3780 ppm. Una media di concentrazione considerata “estremamente dannosa per la salute” dagli scienziati del Programma della Nazioni Unite per l’ambiente (Unep).
Il quadro descritto non è molto più luminoso nemmeno per quanto riguarda la benzina. Circa la metà dei campioni analizzati avevano un contenuto di zolfo compreso tra le 15 e le 72 volte superiore a quello europeo. Senza contare che, oltre allo zolfo, Public Eye ha rinvenuto una presenza molto alta di altre sostanze e composti in proporzioni che sarebbero proibite in Europa e negli Stati Uniti.

Indice della qualità dell'aria (Oms)

“Bomba a orologeria”
Tutto ciò avviene in un continente dove le grandi città soffrono già a causa della bassa qualità dell’aria e dei sfrenati livelli di urbanizzazione. Secondo un recente studio dell’Organizzazione mondiale della sanità, le zone urbane dell’Africa sono le più inquinate a livello mondiale. Per dare una idea, la qualità dell’aria di Dakar (Senegal) e Lagos (Nigeria) è peggiore che a Pechino (Cina).
Un rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale assieme all’Istituto per la salute Metrics and Evaluation (Ihme) la scorsa settimana ha rilevato che l’inquinamento atmosferico è la terza principale causa di morte nei paesi a reddito poveri e medio-bassa.
Entro il 2050 la popolazione urbana del continente dovrebbe triplicare e con essa il numero di veicoli. L’ong svizzera non usa mezzi termini e fa previsioni allarmanti parlando di “bomba a orologeria”: «Se le autorità africane non interverranno, nei prossimi anni più di 30mila persone potrebbero morire per l’inquinamento atmosferico, aggravato da carburanti di scarsa qualità. Il triplo dei decessi prematuri in Europa, Usa e Giappone».

Secondo i ricercatori è il momento per i governi africani di agire inasprendo normative e controlli. Hanno la possibilità di proteggere la salute della popolazione urbana e indirizzare i loro bilanci sanitari su altri problemi.
Per l’opinione pubblica e i media internazionali, invece, è l’ora di fare pressione sulle compagnie petrolifere affinché, per una volta, facciano prevalere i diritti umani al profitto, e migliorino la qualità dei prodotti che esportano, a prescindere dalla carenza di regole. Un “velenoso” copione che si ripete.

Media dei livelli di zolfo per macro-regioni