Tanzania / Elezioni
Sono ormai alle porte le elezioni più combattute nella storia della Tanzania. Tensione palpabile in tutto il paese, ovunque si fa sentire il desiderio di un cambiamento radicale. Il voto dei giovani sarà decisivo.

«I tanzaniani vogliono un vero cambiamento. La corruzione è dappertutto. La gente fuori città ha fame, gli ospedali non hanno letti e la scuola non prepara i giovani», dice Karama, un autista di dala-dala di Dar es Salaam. «Questa è la volta buona per cambiare. I giovani sono tutti per una radicale trasformazione… Il partito Chama Cha Mapinduzi è al potere da troppo tempo», spiega tutto d’un fiato Mshindi, un giovane a bordo di una moto avvolta nelle bandiere del Civic United Front (Chadema), il principale partito d’opposizione, prima di sfrecciare lungo la Morogoro Road. «Io voterò Lowassa, un politico della mia etnia che farà valere i nostri diritti» dice Sankale, un maasai venuto in città per vendere erbe medicinali al mercato.
È questo il clima a meno di due giorni dalle elezioni generali in cui saranno chiamati alle urne 22.750.789 tanzaniani (dato ufficiale pubblicato dalla Nec, Commissione elettorale nazionale). I presupposti di una trasformazione dopo il 25 ottobre, ci sono. Lo si è cominciato a capire nel momento in cui Edward Lowassa, ex primo ministro con il Chama Cha Mapinduzi (Ccm), deluso per aver perso le primarie del proprio partito è passato disinvoltamente all’opposizione divenendo così il candidato dell’Ukawa, coalizione di 4 partiti avversa al Ccm, al potere dal 1962, trascinando con se una dote di deputati della maggioranza. Da quel momento il vento ha cominciato a cambiare.

Una possibilità che ovviamente non veniva presa nemmeno in considerazione dalle alte sfere del Ccm (formazione politica al potere più longeva d’Africa fondata dal padre della nazione, il “mwalimu” Julius Nyerere), che ha candidato John Magufuli, ministro dei lavori pubblici e compagno di partito del capo di stato uscente Jakaya Kikwete, e uomo apprezzato e ben voluto dal popolo per la sua onestà, che appare come una figura “esterna” allo zoccolo duro del partito aspramente criticato per la sua corruzione interna.

I dubbi del Ccm
Quindi è solo da qualche settimana che la paura di perdere le redini del paese ha iniziato a serpeggiare nei palazzi del potere. L’esito del voto è divenuto sempre più incerto. I partiti d’opposizione hanno cominciato a riempire le piazze con i comizi di Lowassa e del suo Chadema. Hanno preso coraggio e acceso la campagna elettorale come mai era avvenuto nelle elezioni precedenti. A ogni promessa lanciata da Magufuli ne è corrisposta un’altra di Lowassa.

Poi si è passati alle accuse e ai toni forti. L’opposizione ha denunciato il Ccm di aver commesso dei brogli nelle precedenti elezioni e di volersi ripetere manipolando il voto di domenica con la connivenza della Nec, la cui imparzialità è fortemente in dubbio visto che i suoi vertici sono nominati dal governo in carica. Il Ccm ha smentito e accusato gli avversari di voler insinuare dubbi per destabilizzare il paese e mettere a rischio la pace sociale. La Tanzania non ha mai vissuto crisi interne, tranne in alcuni momenti legati alla mai sopita ambizione autonomista dell’arcipelago di Zanzibar. (vedi box).

Pericolo tensioni
Proprio da queste accuse è nato un clima di tensione, alimentato anche da alcune iniziative prese dalle opposizioni. A fine settembre si era sparsa la voce che alcuni partiti si stavano dotando di “gruppi di sicurezza” armati per proteggere i seggi da eventuali tentativi di brogli. Iniziativa pericolosa e in seguito accantonata a causa della sua manifesta incostituzionalità. L’Ukawa, sentendo attecchire il sostegno del popolo, ha rilanciato esortando gli elettori a presidiare i seggi dopo aver votato e di rimanere vigili fino a quando i risultati non saranno resi pubblici. E il partito al potere ha reagito.

Il presidente in carica Kikwete ha avvertito che non verrà tollerata alcuna forma di violenza e ha esortato tutti gli elettori a rientrare nelle proprie case dopo il voto. L’opposizione ha replicato sostenendo che con questa indicazione si cerca di intimidire il popolo e di ledere i diritti degli elettori. Secondo la legge elettorale, infatti, è permesso sostare a 200 metri dai seggi elettorali: il governo ha messo in dubbio questa interpretazione della legge e si è in attesa di un pronunciamento della Corte Costituzionale

A prescindere dalla decisione della Corte, è certo che molti sostenitori dell’opposizione saranno nelle vicinanze dei seggi. Resta da vedere come reagiranno le forze di polizia. Juius Mwita, segretario generale di una delle più importanti sezioni del Chadema, dice a Nigrizia: «Noi resteremo lì perché è un nostro diritto. Controlleremo che non avvenga nulla di “strano” all’interno di quei seggi…Vedremo se avranno il coraggio di imbrogliare il popolo. Stavolta vinceremo noi. Se non vogliono lasciare il potere, combatteremo».
Oltre al rischio di tensioni è l’esito del voto che preoccupa. Molti osservatori si chiedono cosa può accadere se il Chadema riuscisse realmente a vincere o ad arrivarci molto vicino.

Giovani ago della bilancia
Queste elezioni saranno comunque decise dai giovani tanzaniani. Secondo i dati pubblicati dalla Nec la fascia di età che va dai 18 ai 35 anni rappresenta il 57% degli aventi diritto. Il 78% della popolazione ha meno di 35 anni. I tanzaniani tra i 14 e i 25 anni sono passati da 4,4 milioni del 1990 a 8,1 nel 2010. Si assiste a un vero e proprio cambio generazionale, infatti, ci saranno 5 milioni di persone che voteranno per la prima volta. E le giovani generazioni sono solitamente aperte all’innovazione…

Una popolazione più dinamica e informata ha acquisito più coscienza delle condizioni del paese e di come viene gestita la cosa pubblica grazie al sempre più diffuso utilizzo dei social network (grazie ai cellulari sono circa 150 milioni gli utenti Facebook in Africa subsahariana). E il dibattito politico si sta spostando sui social. I partiti dovrebbero esserne coscienti di avere come interlocutori dei nativi digitali ed essere motivati a cambiare il proprio modo di comunicare. Le promesse a vanvera non bastano più.

Cambiamento necessario
Molti osservatori ritengono, comunque, che il Ccm vincerà anche questa volta perché il Chadema, pur vincendo nei centri urbani, non possiede gli stessi mezzi economici e organizzativi per avere la meglio nelle zone rurali, dove oltretutto l’appoggio del web non c’è. In più va sottolineato che per molti opinionisti è difficile prevedere un reale cambiamento anche con il Chadema al governo, dato che Lowassa ha già fatto esperienza di governo, condividendo le stesse idee di chi ora critica. Nella vicenda di governo di Lowassa c’è un’accusa di corruzione legata all’appalto energetico “Richmond” che lo costrinse a dimettersi da premier nel 2008.
In definitiva, chiunque vinca dovrà mostrare la volontà di innescare un mutamento radicale. Di ciò ne sono ben coscienti i politici di ambo le parti. Nonostante la crescita economica (aumento del Pil vicino al 7%) e ricchezze potenziali (giacimenti di gas e petrolio nel sud ancora tutti da sfruttare), il 60% della popolazione è povero, c’è una forte disoccupazione giovanile e gli ambiti della sanità e della scuola hanno forti lacune. È ora di cambiare rotta.

Nella foto in alto, elettori in coda al seggio di Bagamoyo in Tanzania durante le ultime elezioni generali  nell’ottobre del 2010. (Fonte: Liu Chan/Redux). Nella foto sopra: i due candidati principali alla presidenza John Magufuli (a sinistra) ed Edward Lowassa.

Questione Zanzibar
Sullo sfondo di queste elezioni resta l’annoso problema delle spinte indipendentiste dell’arcipelago di Zanzibar, che fa parte della Tanzania dal 1964. Da sempre ciò ha generato attriti che sono sfociati anche in scontri. Il Civic United Front (Cuf), con posizioni autonomiste, è avversario storico del Ccm. Nel 2010 è quasi riuscito a vincere le elezioni, raggiungendo il 49% dei consensi. Da allora Zanzibar è amministrata da un governo di unità nazionale, ma l’esperimento è stato un fallimento. Difficile trovare accordi sui rapporti tra isole e terra ferma. Il problema dovrebbe essere risolto con un referendum costituzionale che si sarebbe dovuto svolgere il 30 aprile, ma è stato rinviato sine die dal governo a dopo le elezioni generali. Sarà il nuovo presidente a riprendere in mano il delicato problema.