Sudan
Dopo una giornata di scontri a fuoco in varie zone della capitale, reparti dell’esercito e delle Forze di intervento rapido sono riusciti a neutralizzare la rivolta armata, attuata da alcuni settori dei dissolti servizi di intelligence, legati al vecchio regime.

Giornata di forte tensione ieri nella capitale sudanese per l’ammutinamento di alcuni settori dei servizi di sicurezza, contrastato da reparti dell’esercito e delle Forze di intervento rapido (RSF) che sono riusciti a neutralizzarlo in serata.

Per tutta la giornata ci sono stati pesanti scontri a fuoco attorno ad alcune sedi del Dipartimento operativo del GIS (General Intelligence Service – Operational Authority) a Khartoum Nord (nel quartiere di Kafouri) e nella stessa Khartoum, nei quartieri di Soba e in quelli attorno all’aeroporto, nelle cui vicinanze si trova il quartier generale dei servizi di sicurezza.

Veicoli dell’esercito hanno sfrecciato sull’Africa Road, un’importante arteria che porta all’aeroporto internazionale di Khartoum e lambisce molti quartieri residenziali, tra cui quello centrale di Amarat, dove si trovano diverse ambasciate, compresa quella italiana.

Una situazione simile si è verificata nella capitale del Nord Kordofan, El Obeid.

Il GIS è nato lo scorso agosto dalla ristrutturazione del NISS (National Intelligence and Security Services), i famigerati servizi segreti del passato regime, caduto nello scorso aprile per le proteste popolari, che agivano di fatto impunemente sotto il controllo del deposto presidente Omar El-Bashir.

Al GIS sono rimasti compiti esclusivamente investigativi. I servizi hanno perciò perso la facoltà di arrestare, incarcerare e spesso torturare senza controllo, facoltà che erano servite per molti anni a controllare con il terrore l’opposizione.

L’ammutinamento di ieri sarebbe dovuto, secondo alcune fonti, all’approssimarsi della scadenza per la consegna all’esercito degli uffici e delle armi in dotazione. Secondo altre sarebbe piuttosto stata provocata dall’insoddisfazione per l’ammontare della liquidazione riconosciuta agli ex funzionari dei dissolti servizi di sicurezza.

La criticità della situazione è attestata dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Sovrano, il generale Abdel Fattah al-Burhan, che ha parlato di «un complotto che ha l’obiettivo di minare la rivoluzione del popolo sudanese». Ha poi proseguito dicendo che «le forze armate sono determinate a contrastare ogni tentativo di far abortire la rivoluzione e a proteggere il periodo transitorio».

Le dichiarazioni del presidente del Consiglio Sovrano sono state accompagnate da quelle del primo ministro, Abdallah Hamdok, che ha ringraziato l’esercito e le RSF, e ha sottolineato che il modello di transizione sudanese, basato sulla stretta partnership tra i militari e i civili, funziona e potrebbe costituire un’esperienza da considerare anche in altri paesi della regione.

Da Juba, dove si trova per i negoziati di pace con i gruppi dell’opposizione armata, il comandante delle RSF, generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, ha accusato l’ex capo del NISS, Salah Abdallah, conosciuto come Salah Gosh, di essere la mente del “security chaos” a Khartoum e in altre città del paese. Ha inoltre accusato il capo del GIS di negligenza e debolezza nel trattare i problemi che erano già emersi tra i suoi uomini e noti da tempo.

Quello di ieri è il secondo tentativo di “colpo di stato” dall’inizio del nuovo corso in Sudan. Il primo risale all’11 luglio scorso. Alla fine di luglio furono arrestati diversi ufficiali di alto grado dell’esercito, compreso il capo di stato maggiore, generale Hashim Abdel Muttalib Ahmed, funzionari dei servizi di intelligence e un gruppo di leader del Movimento islamico, con l’accusa di aver preparato o partecipato al tentativo di restaurare il passato regime.