L'Angola punta sui diamanti, fra incertezze e la "zavorra" russa
Angola Botswana Russia
Luanda ha firmato un accordo che sancisce il ritorno nel paese su larga scala del gigante De Beers
L’Angola punta sui diamanti, fra incertezze e la “zavorra” russa
Il paese negozia l'uscita di scena della russa Alrosa, colpita dalle sanzioni. Il contesto è segnato anche da un drastico calo nella domanda di gemme
07 Febbraio 2024
Articolo di Redazione
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In Angola il settore dei diamanti è in rapida evoluzione: Luanda, sesto maggior produttore dei cristalli per carati, terzo per valore economico, ha appena siglato un memorandum d’intesa che suggella il rientro sul mercato nazionale della più grande multinazionale del settore al mondo. Nel frattempo il governo sta anche negoziando l’uscita della Russia da una joint venture che da sola fornisce una larga parte delle pietre preziose prodotte nel paese. Le mediazioni con Mosca vanno avanti nel contesto delle sanzioni imposte al Cremlino per la guerra in Ucraina.

Utile andare con ordine. Ieri l’Agenzia nazionale per le risorse minerarie (ANRN) e le società statali Endiama e Sodiam hanno firmato un’intesa per l’esplorazione e la lavorazione dei diamanti nel paese con De Beers, società anglo-sudafricana parte del gruppo Anglo American e compagnia leader del settore a livello mondiale. Stando a quanto rilanciato dai media locali, l’accordo ha come prospettive l’aumento della produzione di diamanti, l’incremento dell’estrazione alluvionale delle pietre e il miglioramento delle opportunità di sviluppo sociale per la popolazione locale.

Fra gli interventi previsti dall’intesa, la revisione tramite nuove tecnologie di una serie di giacimenti di kimberlite (il minerale da cui si estraggono poi i diamanti, ndr) già esistenti, nell’ottica di rivalutare la loro attrattiva economica.

La firma del memorandum è avvenuta a margine della conferenza regionale del settore estrattivo Mining Indaba, in corso a Città del Capo, e alla presenza del ministro delle risorse minerarie angolano Diamantino Pedro Azevedo e del presidente del consiglio esecutivo di De Beers, Al Cook, fra gli altri.

L’intesa 

L’accordo segna un cambiamento già cominciato nel 2022, quando il colosso di base in Sudafrica si è aggiudicato due licenze per l’estrazione e la produzione di diamanti nel nord-est dell’Angola. Questi due progetti hanno segnato un ritorno della multinazionale sul mercato angolano, come detto uno dei più importanti al mondo, dopo dieci anni di assenza. Nel 2012 De Beers si era infatti ritirata dal paese a causa di una serie di frizioni con il governo dell’allora presidente Josè Eduardo Dos Santos, segnato da una serie di gravi accuse di corruzione, fra le altre cose.

Sollecitato sul perché di questo ritorno in Angola, Cook ha affermato che la sua società è rimasta «impressionata dalla trasparenza del governo angolano e dalle riforme che ha attuato». Il riferimento è una serie di misure approvate negli scorsi anni, come la creazione dell’ANRN, avvenuta nel 2020.

De Beers rientra quindi con forza in Angola mentre la sua presenza nella vicina Botswana è in corso di ridefinizione. Il paese è il secondo produttore di diamanti al mondo per carati e il primo per valore. L’anno scorso governo e multinazionale si sono accordate su un nuovo piano di vendite a dieci anni e su un’estensione di 25 anni delle licenze minerarie di de Beers, ma soprattutto su una diversa ridistribuzione degli equilibri a favore di Gaborone: stando a quanto stabilito dal nuovo contratto, la quota di gemme estratte distribuita alla società statale Okavango Diamond passerà dall’attuale 25% al 30% e poi, entro il 2033, al 50%.

Anche in Angola il settore è in fermento, e in evoluzione. Il fulcro di questo processo va localizzato nella provincia nord-orientale di Lunda Sud, circa 600 chilometri da Luanda verso est, dove con tutta probabilità si trovano anche le due licenze acquisite da De Beers nel 2022.

Sul finire dell’anno scorso sono cominciate le esplorazioni nella miniera di Luele, sito della regione che si stima possa diventare il più grande e importante del paese con un potenziale di 628 milioni di carati e una durata di vita di circa 60 anni. Nella stessa area il governo ha annunciato dei progetti di lavorazione in loco delle gemme, nell’ottica di arrivare a raffinare nel paese fino al 20% della produzione di diamanti. Un passo avanti questo, che permetterebbe a Luanda di sviluppare la sua industria e di accrescere i guadagni lungo tutta la catena di valore.

Il ruolo di Alrosa 

Uno dei nodi centrali da cui passa l’evoluzione del settore in Angola risiede nella società che al momento possiede il 50% delle quote della gestione della miniera, ovvero la Catoca. La compagnia opera un omonimo sito estrattivo che si trova poco lontano da Luele e che è a oggi il più grande del paese e il quarto maggiore al mondo. Catoca è una joint venture che comprende al suo interno la società statale Endiama ma anche, per il 41%, la società russa Alrosa, gigante del settore in parte di proprietà statale.

La presentazione ufficiale del sito di Luele, come riporta il portale di settore National Jeweler, non fa menzione di Alrosa, pur ammettendo che il 50,5% della società è di Catoca, di cui la compagnia russa fa parte. In qualsiasi caso, i destini del coinvolgimento di Alrosa sono al centro di negoziati fra Luanda e Mosca.

Il paese africano, secondo quanto riporta la testata economica locale Expansão, ha chiesto alla società russa di ritirarsi da Catoca per via delle sanzioni imposte da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea al paese e in modo particolare del bando dei suoi diamanti annunciato a fine 2023. Per l’agenzia statale russa Interfax però, le posizioni sono più sfumate e trattative sono in corso.

La Russia è il primo produttore al mondo di diamanti per carati. Il suo ruolo nel mercato delle gemme nel contesto della guerra in Ucraina è stato già motivo di scontro fra paesi occidentali e africani in seno al Processo di Kimberly, un meccanismo di tracciamento e certificazione dei diamanti grezzi che mira a impedire che i proventi del commercio dei cristalli siano usati per finanziare gruppi armati non statali.

Il mercato delle gemme preziose ha anche altre preoccupazioni però. La domanda di diamanti è infatti in calo costante da mesi, complici la crescita dell’inflazione negli Stati Uniti, la contrazione dell’economia cinese e la concorrenza delle pietre sviluppate in laboratorio.

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