L'entrata del carcere di Makala (Credito: 24hCongo)

«I detenuti finiscono per considerarmi loro sorella, mamma, amica, la loro famiglia troppo lontana. Con gli amici detenuti sono a mio agio. Anche se mi obbligano a fare esercizio di pazienza, mi danno anche tanta gioia e spesso ridiamo insieme».

Suor Anna Brunelli, missionaria comboniana, ha una disposizione d’animo serena e le sue considerazioni hanno sempre un’impronta costruttiva. Eppure da anni lavora nel carcere di Makala (Kinshasa, Repubblica democratica del Congo), penitenziario che l’Associazione congolese per l’accesso alla giustizia (Acaj) ha descritto così in un recente rapporto: «Sovraffollato: ospita più di 9mila detenuti quando è stato costruito per 1.500; le celle sono vetuste e i servizi sanitari quasi inesistenti; le cure mediche non appropriate; condizioni particolarmente indegne per le donne».

Il suo lavoro consiste nel coordinare, d’accordo con il cappellano che è il primo responsabile, un po’ tutte le attività iniziate dalla cappellania e ripartite in diverse commissioni: liturgia, catechesi, caritas, educazione (alfabetizzazione, lingue, informatica), giustizia e pace, finanze, salute. «Cerco di essere attenta ai bisogni dei detenuti e di soddisfarli nella misura delle mie possibilità: lamette da barba, una telefonata alle famiglie, una colletta settimanale per il reparto, medicine, dentifrici, dossier giudiziari…».

Suor Anna, i dati forniti da Acaj trovano conferma nella sua esperienza quotidiana in carcere?

C’è un enorme sovraffollamento. Ogni giorno arrivano di nuovi detenuti, mentre quelli rimessi in libertà sono pochi. Più del 40% dei prigionieri sono in situazione irregolare e illegale, nel senso che non dovrebbero più essere in carcere. Benché abbiano espiato la pena, continuano infatti a rimanere in carcere per mesi e anni.

Non mancano i casi di morte nei vari reparti, soprattutto nel 7, quello dei malati. Spesso viene data troppo tardi l’autorizzazione di trasferirli all’ospedale di riferimento, Sanatorium, e così sono molto pochi coloro che ritornano ristabiliti, mentre altri muoiono all’ospedale.

Quando entro a Makala, soprattutto nei reparti, non posso non vedere esseri umani che vivono in situazioni peggiori delle bestie; installazioni sanitarie insufficienti; cure mediche inappropriate. A quanti arrivano al Centro di salute vien detto spesso che «non ci sono medicine» e si dà loro una ricetta medica. Se hanno famigliari che li possono aiutare, bene, ma la maggioranza di loro si rivolge alla Chiesa cattolica per poter avere le medicine. Medici volontari vengono di tanto in tanto a dare una mano. La stessa cosa per il cibo: nonostante il direttore abbia aumentato la razione e la qualità, non basta ancora e il cibo non è buono. Spesso a Kinshasa manca l’acqua potabile. Immaginate in prigione dove i prigionieri soffocano, stipati nelle celle, senz’acqua per lavarsi o per bere. Se voglio acqua, la devono comperare.

La direzione del carcere e le autorità come hanno reagito al rapporto Acaj?

La direzione è ben al corrente e così il ministro della giustizia: tutte le autorità del paese sono consapevoli della situazione. Anche i militari della Monusco, i caschi blu dell’Onu. Le autorità più alte non hanno risposto, lasciando la situazione nello “status quo”. Gli organismi come la Monusco, l’Associazione dei diritti umani, la Croce rossa svizzera e altri fanno degli interventi puntuali. Il direttore, molto umano, si difende dicendo che lui è semplicemente il guardiano dei detenuti che arrivano a Makala.

A rispondere dovrebbe essere il ministro della giustizia. Una sua risposta per decongestionare un po’ Makala è stata quella di trasferire, a gruppi, centinaia di prigionieri nella prigione di Luzumu, nella regione del Basso Congo, un posto isolato e molto lontano. Il ministro dovrebbe invece occuparsi dei dossier giudiziari di coloro che sono in carcere illegalmente o che hanno commesso infrazioni leggere, e che potrebbero essere rimessi in libertà.

C’è qualche uomo politico interessato alla condizione dei detenuti?

No, non c’è alcun uomo politico che si prenda a cuore la situazione. E anche per questo le denunce rimangono senza seguito. Ci sono comunque diversi uomini politici in carcere. Così, quando si trovano in prigione e soffrono sulla loro pelle, allora aiutano i loro compagni più poveri e in difficoltà.

Par di capire che la Chiesa è la sola realtà a svolgere un’opera continuativa a sostegno dei detenuti. È così?

La Chiesa cattolica è dalla parte dei più poveri e disprezzati e di quanti hanno perso ogni diritto. È molto vicina a loro. È il rifugio di quanti sono stati abbandonati dalla famiglia. È grazie alla Chiesa se c’è ancora un po’ di umanità… Il cappellano cattolico, senza voler sostituire lo stato, aiuta i casi più gravi con cibo, medicine, assistenza giudiziaria… Da gennaio a luglio sono più di cento i prigionieri liberati grazie all’intervento del cappellano. Spesso interveniamo con somme di denaro perché i carcerati paghino le tasse amministrative o giudiziarie per poter essere liberati. In un momento difficile, il cardinale di Kinshasa, l’arcivescovo Fridolin Ambongo ha risposto al nostro appello, inviando aiuti alimentari.

Acaj chiede che sia costruita al più presto una nuova prigione a Kinshasa. È d’accordo?

Non si tratta di costruire un’altra prigione. Quasi tutti i reparti sono da poco stati rifatti. Si sta ultimando il reparto 9, quello delle donne, anche se i lavori non sono stati fatti come si doveva. A mio parere, bisogna che la macchina della giustizia lavori seriamente, a partire dal ministro della giustizia, il procuratore, i giudici, gli avvocati… secondo giustizia e verità, così da ridurre in maniera importante il numero dei detenuti. Ne rimanessero, ad esempio, solo 5mila, la situazione sarebbe accettabile.

 

 

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