Rwanda. Esclusiva
Victoire Ingabire Umuhoza, storica oppositrice del presidente rwandese Paul Kagame, è stata portata in carcere ieri a Kigali. Nigrizia l’ha sentita telefonicamente venerdì scorso. Ecco alcuni stralci dell’intervista che sarà pubblicata interamente sul numero di novembre della rivista.

È stata arrestata ieri nel primo pomeriggio a Kigali Victoire Ingabire Umuhoza, figura di spicco dell’opposizione al regime di Paul Kagame e leader del partito, non riconosciuto, delle Forze democratiche unificate (Fdu-Inkingi).

Il portavoce della polizia rwandese ha confermato l’arresto. E ha aggiunto che l’accusa e di «costituzione di gruppo terroristico». A far scattare le manette, le «rivelazioni» di un ex ufficiale delle Forze armate rwandesi (Far, l’esercito del regime di Habyarimana fino al 1994) arrestato mercoledì scorso alla frontiera tra Rwanda e repubblica democratica del Congo. Costui avrevve rivelato che beneficiava del «concorso della Ingabire per costituire il braccio armato delle Fdu».

La Ingabire, 42 anni, al momento del nuovo arresto, si trovava nelle propria casa: era a domicilio coatto dall’aprile scorso quando fu arrestata, e poi rilasciata dietro pagamento di una cauzione. Le accuse in quell’occasione erano di negare il genocidio e di collaborare con un gruppo terrorista.

Fino a questo momento non si conoscono le ragioni del nuovo arresto. Victoire Ingabire aveva lasciato il suo paese nel 1993, ha vissuto in Olanda, dove ancora vive la sua famiglia, ed è rientrata in Rwanda lo scorso gennaio. Ha tentato, invano di candidarsi alle elezioni presidenziali dello scorso agosto che hanno visto la riconferma di Kagame.

Nigrizia è riuscita a contattarla telefonicamente venerdì 8 ottobre. L’intervista uscirà integralmente nel numero di novembre della rivista.

In quella chiacchierata, Victoire Ingabire ha spiegato nel dettaglio i tre principali capi d’imputazione che le vengono contestati. «Mi si accusa innanzitutto – ci ha detto – di ideologia genocidaria. Mi si rimprovera di aver criticato i gacaca. Verissimo. Questi tribunali tradizionali popolari, infatti, che potevano anche andar bene in passato, sono stati manipolati dal regime di Kagame per incolpare degli innocenti».

«Il secondo capo d’accusa è il divisionismo. Mi si rimprovera di affermare che anche degli hutu sono stati uccisi dai militari di Kagame durante e dopo il genocidio del 1994. I due gruppi in conflitto, quello di Habyarimana, presidente del Rwanda fino allo scoppio del genocidio, e quello del Fronte patriottico rwandese (Fpr), capeggiato da Kagame, hanno grosse responsabilità. Tante sono le vittime dei loro crimini, come afferma il Rapporto dell’Onu».

«Il terzo capo d’imputazione è quello di essere collaborazionista delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), che operano nella Repubblica democratica del Congo contro il regime di Kagame. Mi si accusa di aver preso parte in Spagna, lo scorso anno, a una riunione di organizzazioni non governative che si occupano del dialogo interwandese e che finanzierebbero le Fdlr. Ma non ci sono prove di trasferimenti bancari».

Nell’intervista ha parlato del «sistema di apartheid», che vige in Rwanda. «La storia di questo paese è una storia di esclusione hutu-tutsi per mantenersi al potere. Questa politica c’è sempre stata. Adesso, però, Kagame camuffa questa esclusione, negando l’esistenza di tutsi e hutu, e definendoci tutti rwandesi. Noi, però, sappiamo molto bene a quale etnia apparteniamo e non abbiamo bisogno di carte d’identità per sapere se siamo hutu o tutsi. Il risultato è che, se sei uno studente hutu, incontri grosse difficoltà ad avere una borsa di studio all’università. Se sei hutu, non puoi essere eletto negli organi direttivi degli studenti. La stessa cosa succede anche nel lavoro».

Ha deciso di scegliere, come metodo politico, la strada della non violenza «perché il paese ha sempre conosciuto un ciclo infernale di violenze. Ma la violenza che liberazione è? La nonviolenza è la sola strada che può aiutare il popolo a vivere in pace e armonia con sé stesso. Noi rwandesi dobbiamo accettarci mutualmente nella nostra diversità. Kagame, invece, è arrivato con la forza… Ma come si fa a soffocare un popolo e raccontargli che lo stai liberando?».