Editoriale febbraio 2015

Avverrà quest’anno la tanto attesa prima visita di papa Francesco in Africa. Lo ha annunciato lo stesso Bergoglio di ritorno dal viaggio nelle Filippine: si recherà in Uganda e nella Repubblica Centrafricana.

Primi ad accoglierlo saranno il popolo e la Chiesa ugandese che ha posticipato per quest’anno la celebrazione del cinquantesimo anniversario della canonizzazione dei 22 martiri di Namugongo avvenuta nel 1964. Francesco, pellegrino di pace, sarà il benvenuto soprattutto nella regione settentrionale del paese, devastata dalla ventennale guerra civile conclusasi nel 2007. Centomila vittime, oltre un milione di sfollati, decine di migliaia di ragazze e ragazzi rapiti, atrocità commesse contro la popolazione, le donne in primis, nella contrapposizione tra forze regolari e i ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore.

Dal papa, la gente ancora ferita e traumatizzata attende di sentire parole di conforto e incoraggiamento che la aiuti a guarire dal risentimento e dalla rassegnazione. Certo che gli ugandesi per potere guardare avanti con fiducia dovrebbero poter contare su istituzioni che si prendono cura dei cittadini. Invece la nazione, in pugno da trent’anni all’uomo forte Yoweri Museveni, è solo formalmente una democrazia: non sono tollerati dissensi, la cosa pubblica è gestita dal presidente e dal suo entourage, la corruzione è diffusa, un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Con la sua straordinaria capacità di empatia e di ascolto, papa Bergoglio non mancherà di mostrare, con parole e gesti, solidarietà e vicinanza alla gente, ai poveri.

Missione di pace ancora più impegnativa sarà quella che porterà il papa nella Repubblica centrafricana. Lì, la guerra civile iniziata due anni fa, non è conclusa. Le istituzioni del paese, mai state particolarmente solide, sono ridotte a poca cosa e la popolazione vive in permanente condizione di insicurezza e la violenza è pronta a esplodere ad ogni momento. Il conflitto – innescato da divisioni e risentimenti tra le regioni di nordest e il potere centrale, da una classe politica di un’ottusità disarmante e alimentato da gruppi armati provenienti dal Ciad e dal Sudan – ha intaccato i rapporti di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani. Opposte fazioni hanno innalzato le bandiere della religione, facendone un simbolo identitario e guerresco.

Un’impresa quasi impossibile si sta rivelando il ripristinare buone relazioni tra appartenenti alle due religioni. Ma c’è un solo modo che può far superare le contrapposizioni e consentire di costruire un nuovo percorso: il perdono e la riconciliazione. C’è da credere che papa Francesco, fermamente schierato dalla parte del dialogo interreligioso, si appellerà alla coscienza di musulmani e cristiani affinché, ispirati da condivisi sentimenti di fratellanza universale, depongano le armi e tornino ad incontrarsi. Già ci sono piccoli ma significativi segni di rinascita: si stanno ricostruendo rapporti, promuovendo processi di dialogo e di pacificazione sociale.

E veniamo a tematiche più strettamente ecclesiali che riguardano l’agire e lo strutturarsi della Chiesa d’Africa. Il primo Sinodo africano (1994) affermava che l’inculturazione è «una priorità e un’urgenza per un reale radicamento del vangelo in Africa». Va rilevato che questo inequivocabile invito alla ricerca teologica che incarni il vangelo nelle culture locali è caduto nel vuoto. È prevalsa invece l’idea che debba esistere una sola teologia, quella occidentale evidentemente, elaborata dagli atenei romani e valida per tutte le Chiese particolari.

«Il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale bensì porta anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato», ci ricorda papa Francesco (Evangelii gaudium,116). Il nostro augurio è che questo messaggio venga riproposto dal papa nel suo prossimo viaggio in Africa e possa incoraggiare teologi e teologhe a percorrere la via di una feconda ricerca per l’inculturazione del messaggio evangelico. La parola di papa Francesco sia di incoraggiamento anche alle Chiese locali, alle conferenze episcopali in particolare, perché abbiano più coraggio nel denunciare storture e soprusi, nella difesa dei poveri. Perché ritrovino maggiore fiducia in se stesse e riscoprano l’importanza del loro contributo di idee e proposte per la realizzazione del servizio dell’autorità nello spirito della collegialità, in unione con il vescovo di Roma e nel compito di evangelizzazione della Chiesa.

Entro il 2015, il papa visiterà Uganda e Repubblica Centrafricana. Una boccata d’aria nuova per la Chiesa d’Africa, nel segno del coraggio e del dialogo.