Precisazioni
Il direttore dello Iai precisa la sua posizione nel dibattito sulla riscrittura della legge sul commercio delle armi e attacca le mistificazioni di cui sarebbe vittima.

Roma, 1 marzo 2009
Ho letto con stupore l’articolo di Gianni Ballarini ”La lobby armiera attacca la 185”, pubblicato sul sito Nigrizia.it il 25 febbraio u.s. che mi attacca personalmente, per di più attribuendomi dichiarazioni manipolate di cui non viene citata la fonte (anche perché poco coerente con la successiva accusa di tenere incontri “carbonari”).
Negli Atti del II Convegno Nazionale promosso dalle Campagne di pressione “Banche armate” e “Territori disarmati” intitolato “Dalla Banche armate alle Tesorerie etiche”, tenutosi nella Sala del Consiglio Provinciale di Roma il 3 febbraio 2007, si può leggere il mio intervento alla Tavola Rotonda “Come controllare il business delle armi: un problema di politica o anche di etica?” (pp. 120-124).

La prima frase attribuitami nel vostro articolo, si legge, invece, così nel testo originale (in grassetto riporto le parti “dimenticate” e in corsivo, fra parentesi, una parte “inventata” dal giornalista): “Non va, inoltre dimenticato che la 185 è stata pensata dal legislatore alla fine degli anni ’80, varata nel 1990, dopo anni di dibattiti. Era una legge che cercava di regolamentare un mercato della difesa che aveva allora certe caratteristiche. In questi 17 anni, lo vogliamo o no, il mercato è cambiato. Ecco perché non difendo la legge 185 così com’è e la considero inadeguata, non nel senso che debba essere più aperta, cioè lasciare esportare di più, ma semplicemente perchè è necessario istituire (e priva di) un sistema di controllo delle esportazioni più efficace”. Mi sembra, quindi, che il senso risulti ben diverso. Questo risulta ancora più evidente leggendo poco prima: “Non propongo di cambiarla nella parte generale, i cui principi sono sicuramente all’avanguardia (sono stati recepiti infatti dal Codice di condotta dell’Unione europea nel 1998), ma nella parte relativa alla sua operatività”.

Per quanto riguarda, invece, la seconda frase attribuitami, relativa alla “campagna di criminalizzazione dell’industria della difesa e delle banche che intrattengono rapporti d’affari con le imprese del settore”, la fonte è l’articolo “Eccessi da etica pacifista” pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 5 marzo 2005 a p. 7. Riportare un solo passaggio avulso dal contesto della riflessione generale in cui era inserito, è una prassi comune sulla cui “eticità” lascio i lettori giudicare.

Ed è anche su questo aspetto che vorrei richiamare l’attenzione perché mi meraviglia che chi sostiene di rifarsi a posizioni “etiche”, non si faccia problemi a falsare strumentalmente il pensiero dell’interlocutore, addirittura “criminalizzandolo” per avere assunto posizioni chiare e per essere stato disponibile al confronto con gli esponenti del variegato mondo pacifista.

Infine, non so a quali incontri “carbonari” abbia partecipato Ballarini. Personalmente ho partecipato, in linea con la posizione di apertura al confronto che l’Istituto Affari Internazionali ha sempre tenuto, a tutti i seminari e convegni organizzati dalle ONG a cui sono stato invitato e a due incontri di studio che si sono tenuti a Firenze il 18 maggio 2007 presso l’IRES Toscana e a Roma l’8 febbraio 2008 presso lo IAI (ovviamente la partecipazione agli incontri è stata gestita dalle stesse ONG). A livello ufficiale ho, inoltre, presenziato ad alcune riunioni con gli esperti e studiosi delle ONG che si sono tenute alla Presidenza del Consiglio, di cui sono consulente dal 1992.

InvitandoLa a pubblicare la presente lettera, lascio a Lei e ai suoi lettori domandarsi se sia corretto attaccarmi personalmente in questo modo, mistificando il mio pensiero e additandomi come “lobbista”, criticarmi per aver espresso francamente l’esigenza di europeizzare il sistema di controllo delle esportazioni e gettare ombre sulla mia disponibilità al confronto su un terreno così delicato, differenziandomi dalla maggior parte degli “addetti ai lavori” che invece si negano. Resta a me, invece, la responsabilità di trarre da questa sgradevole vicenda le conseguenze del caso.
Distinti saluti
Michele Nones
Direttore Area Sicurezza e Difesa

Caro dottor Nones

Mi perdoni. Ma scrivere: «Lo stesso Michele Nones, direttore dell’area sicurezza e difesa dello Iai e consulente principe dei governi italiani in tema di legislazione armiera, da tempo sta conducendo la battaglia per cambiare la 185» significa averla offesa o attaccata o criminalizzata? (dov’è che la definisco lobbysta? Ma poi lobbysta, anche fosse, è un termine così spregiativo secondo lei?).

A me sembra di averle attribuito una competenza e una preparazione tali da consentirle di diventare un interlocutore privilegiato (“principe”) e indispensabile dei vari governi italiani in tema di legislazione “armiera”. E quindi anche della 185.

Perché questo è il punto: lei vuole modificare la 185. Cosa talmente ovvia che nemmeno lei lo nega. Certo, non nei principi generali (ma chi è che lo ha scritto?), ma nelle parti in cui si sburocratizzano i vari passaggi dei prodotti militari, auspicando un ripensamento dell’intera architettura dei controlli (implicitamente inclusi anche quelli bancari) che coinvolgono i diversi ministeri, in favore di uno snellimento legato a rendiconti ex post delle industrie.


Sono aspetti che si devono tacere perché insignificanti rispetto alla struttura complessiva della 185? Oppure si possono rendere pubblici, senza per questo pensare di ledere l’onorabilità di qualcuno?

Le riporto (per intero) un brano (per non essere accusato di stralciarne solo una parte, cosa che, comunque, si fa abitualmente nei giornali, come lei ben sa, essendone un assiduo frequentatore) tratto da un suo scritto del 19 dicembre 2008, pubblicato sul sito Iai, a pochi giorni dall’approvazione della direttiva europea:

«Adesso il lavoro si sposta a Roma perché bisognerà finalmente adeguare la legge 185 che dal 1990 regola i controlli sulle esportazioni militari a tutti gli impegni nel frattempo assunti a livello europeo (…).»

«Nel contempo bisognerà anche rimuovere due dei maggiori limiti della legge in vigore: il primo riguarda l’inclusione dei programmi di collaborazione intergovernativa nel campo di applicazione della legge che provoca un inutile sovraccarico di lavoro (per le loro caratteristiche i programmi intergovernativi non possono essere sottoposti ai normali controlli); il secondo riguarda la pesantezza procedurale burocratica che provoca inutili extra-costi, ritardi e difficoltà interpretative».

«Il cambiamento comporterà una rivoluzione copernicana nel nostro sistema di controllo. Da un’impostazione tutta concentrata sulle verifiche ex-ante della documentazione bisognerà passare ad una ex-post che presuppone anche un’attività ispettiva. Da un controllo burocratico-poliziesco sui requisiti delle imprese bisognerà passare ad un controllo di qualità sulle loro capacità di gestire internamente le procedure inerenti i trasferimenti di tecnologie e prodotti».

Avrei, dunque, mistificato il suo pensiero scrivendo che da tempo sta lavorando per riscrivere la 185? Avrei falsato strumentalmente il suo pensiero? Non mi sarei comportato eticamente? Accuse gratuite, la cui origine sta forse nell’aver riportato 6 righe e non le 4 mila battute di un suo lungo articolo? Ho scritto, per caso, che lei è un accanito pacifista? O che è un guerrafondaio alla Dick Cheney? Ho semplicemente riportato alcune affermazioni in cui lei ritiene la 185 una legge vecchia che deve essere adeguata e quindi modificata. Si può scriverlo? O vige la censura, necessaria per bonificare i pensieri? (e scrivere: la legge «è priva di un sistema di controllo delle esportazioni efficace», invece di «è necessario istituire un sistema di controllo delle esportazioni più efficace», significa capovolgere in malafede le sue opinioni?).

Le ricordo, poi, che l’articolo da cui è tratta una sua affermazione, e da lei citato, s’intitola, appunto, “Eccessi da etica pacifista”. Che abbiano travisato i contenuti del pezzo anche i giornalisti del “Sole 24ore” che l’hanno intitolato? Un altro suo testo assai noto s’intitola “Banche etiche: è morale disertare la difesa del Paese?” (in Osservatorio della difesa, Liberal Risk, n. 5, Roma, ottobre 2004, pag. 71).


Lei scrive (riporto per intero il passaggio): Siamo in presenza di «una legislazione particolarmente rigida e complessa che garantisce un duplice filtro per ogni autorizzazione e un plurimo controllo delle operazioni, così come un livello di informazioni, che non ha eguali in nessun paese sviluppato. Pesa evidentemente la presenza di movimenti pacifisti cattolici e di estrema sinistra, ma è soprattutto la loro strumentalizzazione a fini politici o economici che fa da moltiplicatore dei loro slogan. Lo si è visto chiaramente nello scorso triennio quando alcune limitate modifiche della legge 185 (…) sono state contrastate con atteggiamenti talebani da parte dell’opposizione solo per rincorrere i voti di questi movimenti. Lo si sta vedendo in quest’ultimo anno con la ripresa della campagna “banche armate” (…). La campagna punta a spingere gli istituti a non intervenire nelle operazioni di esportazione di equipaggiamenti militari, attribuendone a essi la presunta responsabilità. Quella che era, forse, una campagna di sensibilizzazione sulle innegabili implicazioni politiche e militari del mercato internazionale degli armamenti e sulla necessità di massima cautela della nostra politica esportativa è diventata di fatto una campagna di “criminalizzazione” dell’industria della difesa e delle banche che intrattengono rapporti d’affari con le imprese del settore».

Sono ancora frasi manipolate da un giornalista in malafede?

E sugli incontri “carbonari” (“informali e riservati” secondo altri) che lei nega esser mai stati tali, le pongo gli ultimi interrogativi: ha mai letto, in questi anni, un qualche resoconto in una qualche rivista o nei vari siti (suo o delle varie Ong) di ciò che è emerso negli incontri allo Iai o a Firenze? Solo indolenza dei partecipanti?

Con immutata stima

Gianni Ballarini

Dal sito di Nigrizia:

La lobby armiera attacca la 185, di Gianni Ballarini 25/02