Tunisia
Con la morte dell’uomo che ha tenuto in pugno il paese per 23 anni, si chiude un capitolo sofferto della storia tunisina. Quello della rivoluzione popolare che otto anni fa lo costrinse all’esilio innescando un cammino verso la democrazia, non ancora concluso.

Con la scomparsa dell’ex presidente-dittatore tunisino Zine El-Abidine Ben Ali, avvenuta ieri nell’esilio dorato dell’Arabia Saudita, un altro pezzo della vecchia Tunisia se ne va. E questo proprio pochi giorni dopo che una “rivolta elettorale”, quella del primo turno delle elezioni presidenziali del 15 settembre, ha premiato i candidati outsider Kaïs Saïed e Nabil Karoui e ha bocciato quelli dei partiti che avrebbero dovuto interpretare la nuova Tunisia del dopo rivolta popolare del 2011.

La carriera di padrone assoluto della Tunisia, era finita il 14 gennaio di quell’anno, quando la rivolta popolare era progressivamente cresciuta dal paese profondo fino alla capitale, costringendolo ad una precipitosa fuga con tutto il suo clan, e un discreto tesoro per i giorni futuri.

Al potere Ben Ali era salito il 7 novembre 1987, detronizzando il padre della patria Habib Burghiba ormai senescente. Era stato il “colpo di Stato” più morbido e incruento della storia africana, attuato con un certificato medico, e che aveva portato con sé grandi speranze. Il paese era infatti in gravi difficoltà di fronte all’offensiva terroristica dell’islam radicale che il vecchio Burghiba, presidente a vita, non era più in grado di gestire.

Con alle spalle una carriera militare, Ben Ali era allora poco conosciuto, ma aveva legato le sue alterne fortune soprattutto alla sicurezza, chiamato da Burghiba prima a reprimere le rivolte popolari (1978, 1984), poi ad affrontare l’emergenza terrorista, nominandolo infine primo ministro.

La medesima strategia applicata ai fondamentalisti, Ben Ali, una volta diventato presidente, l’estende progressivamente anche ai movimenti di sinistra e democratici, fino a togliere qualsiasi spazio di libera espressione, grazie ad una fitta rete poliziesca e al controllo assoluto dell’informazione, che non lascia scampo agli oppositori.

All’atmosfera irrespirabile, al di la delle apparenze, si aggiunge il cancro della corruzione che ha al suo vertice il presidente stesso e il clan famigliare che si è costituito, come in una telenovela, attorno alla seconda moglie Leïla Trabelsi. Negli anni di Ben Ali (1987-2011) il paese rimane aperto al turismo e all’occidente, gli indicatori macro-economici sono relativamente positivi, considerando che il paese non ha le eccezionali ricchezze dei suoi vicini, Libia e Algeria. Per questi motivi gode di un occhio di riguardo da parte dell’Unione europea, oltre che della Francia, ex potenza coloniale.

Il paese profondo soffre invece delle disuguaglianze crescenti, della disoccupazione giovanile, della mancanza di prospettive che alimentano l’emigrazione attraverso il Mediterraneo. Le rivolte popolari che scoppiano di tanto in tanto, e subito represse, sono il sintomo di questo disagio. La rivolta di Gafsa nel 2008 che si prolunga per mesi, è il segnale che il potere non ha più la percezione della realtà.

È così che Ben Ali si fa sorprendere dal gesto eroico del giovane Mohamed Bouazizi, che si dà fuoco davanti al municipio di Sidi Bouzid dopo che la sua bancarella è stata sequestrata e le autorità hanno dimostrato la più assoluta indifferenza. È dal 17 dicembre 2010, a partire da un piccolo centro del sud tunisino, che l’onda della rivolta cresce fino a travolgere Ben Ali.

Mentre si godeva l’esilio saudita, l’ex presidente è stato più volte condannato in patria, dove non metterà mai più piede, insieme a diversi attori del suo clan, senza conseguenze. Numerosi membri dei suoi governi sono invece sopravvissuti alla transizione democratica.

Nella foto manifestanti a Tunisi il 14 gennaio 2011, giorno della fuga dell’allora presidente Ben Ali in Arabia Saudita.(VOA / L. Bryant)