Frattini: «nessun riscatto pagato»
Riscatto pagato oppure no? Continua, tra smentite e conferme, il botta e risposta sul pagamento di un riscatto per il rilascio del rimorchiatore italiano Buccaneer, sequestrato al largo delle coste somale l’11 aprile. Giallo sul presunto carico della nave, impegnata in un viaggio di trasferimento dall’Asia in Italia.

Si infittisce il mistero sulla liberazione del rimorchiatore italiano Buccaneer, sequestrato al largo della coste somale quattro mesi fa. La notizia diffusa dai pirati circa il pagamento di un riscatto di quattro milioni di dollari, confermata da Andrew Mwangura, coordinatore del gruppo marittimo regionale, l’East African Seafarers’ Assistance Programme, ha suscitato l’irritazione del ministro degli esteri italiano, Franco Frattini. «Con tutto il rispetto per la stampa estera che riprende queste voci, spero che nessuno al mondo voglia paragonare la parola di un pirata criminale a quella di un membro del governo italiano», ha dichiarato oggi Frattini.

Rimangono ancora aperti, tuttavia, molti dubbi che circondano l’anomalo sequestro.
Era l’11 aprile 2009 quando il rimorchiatore italiano Buccaneer veniva abbordato da un gruppo di pirati somali, mentre transitava nel Golfo di Aden.
Si trattava del viaggio di trasferimento della nave da Singapore, dove è stata acquistata dalla ravennate Micoperi, al porto di Ortona, in provincia di Chieti.
Quasi nell’immediato sono intervenute le autorità locali del Puntland, regione semi-autonoma del nord della Somalia, che hanno dichiarato di avere sotto custodia l’equipaggio, accusato di aver tentato sversare rifiuti tossici illegali nelle acque somale.

Poco dopo la smentita. I pirati rivendicano il sequestro, lasciando intendere, da come si pongono le trattative fin dall’inizio, di aver trovato all’interno dell’imbarcazione un carico di estremo valore. Carico che li induce a domandare un riscatto superiore a quanto normalmente chiesto per il rilascio di navi della stessa categoria: 30 milioni di dollari. La stratosferica cifra è molto vicina a quella inizialmente chiesta dai pirati somali per un altro sequestro: quello della nave cargo ucraina “Faina”, che trasportava, però, un carico di 33 carri armati T-72, 150 lanciagranate Rpg-7, batterie anti-aeree, cannoni e circa 14.000 munizioni.

Sono molti a chiedersi cosa potesse contenere il rimorchiatore italiano, o la chiatta che alcuni testimoni locali avrebbero rivelato di aver visto.
Nessuno lo sa. Il veto imposto dal governo italiano sul blitz proposto dall’amministrazione del Puntland ha tenuto infatti le truppe di Garowe lontane dal covo dei pirati, impedendo ogni accesso alla nave.
Sarebbe stata la pressione degli stessi somali a indurre i pirati a rilasciare la nave senza battere ciglio, secondo Margherita Boniver, inviata speciale del ministero degli esteri per le emergenze umanitarie. Pressioni messe in atto da quello stesso governo di transizione che avrebbe svolto un ruolo “chiave” nelle trattative.

Nonostante il nuovo presidente del Puntland Abdirahman Farole, abbia assunto un deciso impegno nella lotta contro i corsari, i banditi del mare sembrano aver acquisito negli anni un potere militare tale che, in alcuni casi, risulterebbe essere quasi impossibile da scalfire. I giovani delle popolazioni costiere, stremati dalla fame, sposano la causa dei pirati, unici in tutto il paese in grado di dare loro un salario mensile costante.