“Oh Camerun, culla dei nostri antenati, vai in piedi e geloso della tua libertà”, così recita l’inno nazionale del “paese dei leoni indomabili”. Un canto, detto di arruolamento, composto nel 1928, quando in altre latitudini del mondo vigeva il fascismo, e il Camerun era allora pienamente entrato nel girone delle colonie della Francia e dell’Inghilterra, vincitrici della prima guerra mondiale ai danni dei tedeschi.

A leggere questo primo paragrafo ogni camerunese conoscitore della storia del proprio paese balzerebbe dalla sedia, pronto a contestare la parola “colonia”, in ragione del fatto che dal protettorato tedesco, qual era il Camerun fino al 1916, il triangolo nazionale era diventato un territorio posto sotto tutela di Francia e Inghilterra da parte della Società delle nazioni, antenata dell’odierna organizzazione delle Nazioni Unite.

Mai fu colonia di nessuno, ma di sicuro fu un bottino di guerra, coinvolto, come tutti i territori africani, nelle dispute della Conferenza di Berlino della fine dell’800, e ancor prima territorio solcato da olandesi, portoghesi e spagnoli. Uno stato artificiale, la cui sovranità si è sviluppata attraverso l’assembramento di popoli alquanto diversi, occupanti territori estesi su oltre mille chilometri, a partire dal Golfo di Guinea e su, verso il tropico di Cancro e il deserto del Sahara.

Dalla foresta equatoriale al deserto, appunto, passando per vaste aree di savana e di steppa, la variazione aveva già determinato, sul territorio camerunese, un mosaico di popoli e di culture, frutto anche di diverse e contrapposte correnti migratorie pre e post medievali.

La cappa coloniale franco-britannica, fatta calare sul paese, ha così portato un’ulteriore complessificazione demografica, per non dire antropologica, cosa che ha spinto alcuni studiosi ad affermare che il Camerun rappresenta di per sé, l’Africa in miniatura. Un tratto d’unione fra il sud, l’est, il nord e l’ovest dell’Africa. Ma anche fra l’Africa musulmana e quella cristiana.

La storia del Camerun è appassionante. Purtroppo viene accennata nell’ambito di questo articolo per constatare, ahimè, una lenta progressione verso un inaspettato dramma politico, che ha determinato uno sfilacciamento sociale deplorevole, degenerato in guerra civile nelle zone anglofone del paese.

Il ricorso all’inno nazionale mi pare di nuovo importante per introdurre elementi di comprensione e di analisi della situazione del paese di Roger Milla: “come un sole – prosegue l’inno – la tua bandiera fiera deve essere un simbolo ardente di fede e di unità”. L’unità del paese rimanda senz’altro all’infrangibilità delle frontiere, paradigma di divisione territoriale degli anni dell’indipendenza che ha di fatto sancito la supremazia della visione coloniale del paese, facendo dei nostri governanti una specie di ordine prefettizio della Francia.

Attraversando l’indipendenza, il Camerun diventò stato federale: da una parte il più esteso Camerun francofono e dall’altra la striscia sud del Camerun anglofono, avendo la parte settentrionale deciso, per via referendaria, di unirsi alla federazione nigeriana.

(Credit: The Economist)

Come realizzare l’unità del paese in un contesto federale? Ecco la domanda alla quale la Repubblica unita del Camerun deve rispondere, dal 1960 al 1972, data nella quale la parola unità sparisce, e nasce un’entità unitaria della Repubblica del Camerun. Nel ventre del paese sussisteva allora, e tuttora, una diversità culturale notevole, ma le grandi divisioni visibili del potere si fanno tra anglofoni e francofoni.

La ricerca dell’equilibrio è praticata fin dalle strutture centrali dello stato. Un equilibrio artificiale, basato sulla storia coloniale: presidente della Repubblica francofono, presidente dell’Assemblea nazionale anglofono. Due lingue ufficiali vigono all’interno del paese: il francese e l’inglese. Si implementano due sistemi educativi, due sistemi giudiziari, si potrebbe dire due visioni del mondo quasi inconciliabili.

La politica nazionale improntata all’unità cova delle contraddizioni e verrà presto travolta da altre differenze. Il Nord francofono, ma anche musulmano, il cui figlio guidava il paese fin dall’indipendenza, perde il potere nel 1982 con le dimissioni inaspettate di Ahmadou Ahidjo, dopo 25 anni di governo satrapico. Il successore costituzionale è il primo ministro Paul Biya, originario del Sud cristiano.

La rete dei privilegi cambia progressivamente i propri beneficiari. Un tentativo di colpo di stato mancato, nel 1984, da parte dei soldati del Nord, accelera il processo di etnicizzazione del potere centrale. Il regime di Biya è prono fin dall’inizio alla dottrina del rinnovo, basata su quel che i teorici chiamano il liberalismo comunitario. Ma, nei fatti, prende piede un sistema di governo dominato dalla corruzione.

Ecco allora che scema la dicotomia anglofono-francofono e riaffiorano le contrazioni interne del paese, sempre più radicate dal punto di vista identitario. Le etnie in cui identificarsi sono molte: bassa, douala, foulbé, bamiléké, boulou… C’è di tutto, e ognuno cerca di distinguersi, di distinguere l’altro, per vilipenderlo.

Lo spettro del federalismo si allontana sempre più, lasciando posto a uno slancio tribalista che alcuni qualificano di etno-fascismo. Le diverse crisi economiche e politiche degli anni Novanta accentuano il disaggio sociale e la guerra fra i poveri prende il sopravvento, spinta da ideologie conservatrici che introducono nella Costituzione del paese le nozioni controverse di endogeni ed allogeni. Gli autoctoni delle città di Yaoundé e di Douala fanno leva sull’allogeneità per determinare condizioni di esclusione politica, sociale ed economica, di chi è ritenuto “altro”.

È in questo clima kafkiano, mentre il presidente della repubblica invecchia, schiacciato da 38 anni di potere, che nasce la rivolta pluriforme delle élite, e quindi della popolazione delle zone anglofone. Un timido movimento secessionista si manifesta verso la fine degli anni Novanta e viene represso nel sangue dal governo centrale. Poi, quattro anni fa, sorge un nuovo e più temerario movimento secessionista, che proclama l’indipendenza della zona anglofona del paese, sancendo di fatto la nascita della repubblica di Ambazonia. Tuttora auto-dichiarata.

Dall’imperativo dell’unità dettato dall’alto, il Camerun ha ricavato la secessione. Nel resto del paese francofono, intanto, le condizioni sociali dei cittadini sono andate peggiorando. Diversi milioni di giovani disoccupati popolano le città. Fra di loro, laureati e diplomati che hanno seguito tutto il percorso scolastico a spese dei propri genitori. Il paese pare bloccato, e l’orizzonte economico e sociale per costruirsi una vita degna, si allontana sempre di più. Numerosi giovani intraprendono la strada della migrazione.

Nel frattempo, lo sviluppo dei media rivela il paese ai numerosi camerunesi che non conoscevano affatto lo stato della loro nazione. Uffici pubblici disfunzionanti, scuole inesistenti in molte zone, strade impraticabili, aziende statali devastate e prossime alla chiusura un po’ ovunque. Aggiotaggio, sopraffazione, carcerazione arbitraria e punizioni selettive, danno la dimensione di un paese consegnato all’arbitrario.

Così si scopre, finalmente, ed è il dibattito di questi giorni, che il problema anglofono è in realtà il problema di tutti i camerunesi, che non ne possono più della dittatura etnica. Non ne possono più dei regali di scatole di sardine durante il periodo elettorale, per poi veder sparire gli eletti per l’intero mandato. Non ne possono più dell’esibizione insolente di prebende ingiustamente ammassate da governanti disonesti. Non ne possono più delle frodi elettorali che continuano a consacrare la vittoria dell’ormai anziano e silente presidente della repubblica Paul Biya.

Questi motivi saranno sufficienti perché il popolo si mobiliti per ristabilire la propria sovranità democratica? L’occasione della fine, ormai prossima, del regime Biya, sarà l’occasione per rispondere a queste domande, diventate croniche.