Guinea Equatoriale
L'imprenditore italiano, recluso nel carcere di Bata dal 18 gennaio 2013, lancia un appello al presidente del consiglio affinché si prenda cura del suo caso. E chiede l’allontanamento dall’Italia dell’ambasciatrice, troppo compromessa con il regime di Teodoro Obiang Nguema. Da chiarire anche i silenzi del Vaticano.

Carcere di Bata, Guinea Equatoriale, cella di isolamento n.13: il detenuto speciale Roberto Berardi vi è rinchiuso ormai da molti mesi, per vicende legate a questioni d’affari con il figlio del dittatore Obiang Nguema. Da quello sgabuzzino senza luce elettrica, grazie alla passionalità dell’anima africana che non conosce limiti sia nel bene che nel male e ha costruito una fitta rete di solidarietà – e grazie evidentemente alla propensione del nostro connazionale a fondersi in agglomerati di profondi rapporti umani – Berardi è riuscito a far giungere in Italia una lettera indirizzata al presidente del consiglio Matteo Renzi.

Tralasciamo le vicende giudiziarie, già ampiamente da noi seguite; guardiamo invece questo appello da altre angolazioni, inusuali considerando che provengono da un quasi condannato a morte. Berardi affronta infatti quel nocciolo che sottende all’evidenza di tutti gli altri delicati aspetti, e sottolinea che con il suo caso si pone un problema di ordine principalmente etico. Con doveroso rispetto, per dirla con la sua premessa,  ma con lucida e chiara determinazione, facciamo eco alle sue parole quando denuncia l’inconcludenza e la concatenazione viziosa di cause ed effetti che la diplomazia italiana ha avvitato intorno a questo caso, diventato ormai l’emblema della doppia morale occidentale.

In nome di improbabili “scambi bilaterali”, dove a trarre profitto sono solo poche sparute realtà imprenditoriali e il clan del satrapo Obiang, il governo italiano accetta sul suo territorio la rappresentanza di una delle peggiori dittature ancora esistenti nel mondo e la omaggia dei consueti crismi diplomatici. Berardi, nella sua missiva, invita ad allontanare dall’Italia l’ambasciatrice della Guinea Equatoriale, parente di Obiang e compromessa con il regime.

Se in Spagna, durante l’ultimo vertice Europa-Africa, ci fu un sofferto dibattito sull’opportunità morale di dare la parola a Teodoro Obiang Nguema, in Italia lo stesso Obiang e i suoi rappresentanti vengono spesso accolti con tutti gli onori dalle autorità italiane e da quelle del Vaticano.

È dunque il momento di denunciare anche le omissioni, oltre che le azioni, della Chiesa. Mentre in Guinea si annullano e dispongono messe in modo totalmente arbitrario, a seconda dei diktat del capo supremo e delle strategie dei suoi comizi; mentre esistono circoscrizioni ecclesiali dove i fedeli che dissentono con il regime non azzardano la confessione per timore di essere denunciati da “padri” conniventi; mentre non è infrequente vedere parroci armati; mentre tutto questo è realtà risaputa e tristemente accettata, papa Francesco riceve Obiang in veste ufficiale e ratifica con lui accordi bilaterali tra i due paesi. Accordi che non sfiorano neppure il tema dei doveri pastorali di un cattolicesimo praticato in quel paese dal 97% della popolazione; accordi che, semplicemente, spartiscono circoscrizioni, ratificano menzognere distinzioni tra i due poteri, enumerano prassi burocratiche.

La famiglia di Berardi assicura che la Santa Sede conosce fin nei dettagli la situazione di Roberto, dato che numerosi appelli le sono stati rivolti affinchè intervenga.

Berardi invoca  la necessità e l’utilità di strategie nuove e più lungimiranti, politiche di sviluppo basate su partenariati sani e solidi in contesti egualitari. Dice basta, e ci associamo, alla mendicità e all’ipocrisia di aiuti umanitari senza esigere il monitoraggio della loro giusta ricaduta sulla qualità della vita delle popolazioni. Basta soggiacere al ricatto economico, basta avallare con il silenzio la tortura penale nelle carceri e quella civile nella povertà delle strade.

La mia vita è già ipotecata – conclude Berardi – sia “loro” che io aspettiamo solo il colpo finale di malaria che mi porti. Ma invoco misure forti, e mi è arrivata voce che lei è un maestro in questo; misure che dovete prendere per principio, per onore e per il futuro di tutti i nostri figli.