L’espandersi del virus in Africa subsahariana preoccupa moltissimo le autorità sanitarie, coscienti dell’impossibilità del continente di far fronte all’emergenza, perché sprovvisto di solidi sistemi di sanità. Alla debolezza del sistema sanitario, si aggiunge l’impossibilità di imporre la quarantena nelle bidonville/slum di città che spesso sono delle megalopoli o nei quartieri meno favoriti.

Interi paesi dell’Africa a sud del Sahara sono abitati da persone che vivono con meno di due dollari al giorno e il loro nutrimento dipende dall’economia informale. Impossibile rinchiuderle in casa, costringerle al distanziamento sociale, abituate come sono da sempre a vivere all’aria aperta, ma sempre insieme, fuori casa.

Fare i conti con la realtà

A farsi portavoce dei responsabili politici africani che considerano impossibile un isolamento generalizzato per contrastare il coronavirus, è il presidente Patrice Talon del Benin, piccolo paese dell’Africa occidentale confinante con il gigante Nigeria. Lo ha fatto in un intervento passato alla televisione nazionale domenica 29 marzo riguardante la risposta da dare all’emergenza coronavirus: la maggioranza dei beninesi, ha detto, non ha i mezzi di sopportare un isolamento generalizzato di lunga durata. Di qui la sua scelta di non ricorrere a questa misura per far fronte al coronavirus.

E l’ha giustificata dicendo che «diversamente dai cittadini dei paesi sviluppati di America, Europa e Asia, la grande maggioranza dei beninesi ha un reddito non salariale. Quanti sono i beninesi – si è chiesto il presidente ‒ che hanno un salario mensile e che possono quindi aspettare due, tre o quattro settimane anche senza lavorare e vivere delle entrate del mese? Com’è possibile – ha continuato ‒ in un contesto in cui la maggioranza dei concittadini mangia con ciò che ha guadagnato il giorno prima, decretare senza preavviso un isolamento generalizzato di lunga durata?». Il presidente ha comunque riconosciuto che «la situazione è veramente grave e alto il rischio».

Insomma, il lockdown nel contesto socioeconomico beninese risulterebbe controproducente. Avrebbe come conseguenza di «affamare tutti e per tanto tempo» e le misure adottate sarebbero, proprio per questo, «violate impedendo di raggiungere lo scopo».

Forti critiche e allarmi

Se c’è chi è d’accordo con Talon, tutti in Africa convengono comunque che obbligo supremo di ogni governo è di proteggere i cittadini anche contro la loro stessa volontà. Le affermazioni del presidente beninese sono però condannate da tutto il mondo medico. Anche del suo paese, dove si accusa il presidente di scegliere la real-politik, che è però un’opzione suicidaria: «Dall’inizio della pandemia – sono i medici a parlare ‒ scherziamo con il fuoco, e questa decisione di non ricorrere all’isolamento è, da un punto di vista sanitario, un’eresia».

Intanto il Benin, che al 30 marzo contava ufficialmente solo 5 casi di pazienti positivi al coronavirus – tutti stranieri, precisano le autorità – , ha formato un comitato governativo con lo scopo di seguire la progressione del virus e di consigliare l’esecutivo sulle misure da prendere.

Disposizioni che per ora riducono gli spostamenti, limitati allo stretto necessario, nelle 8 città principali del sud, Cotonou e Porto-Novo comprese; anticipano il congedo di Pasqua e sospendono i trasporti in comune, forma quest’ultima di grande impatto sociale.

Intanto anche Antonio Guterrez, segretario generale dell’Onu, suona l’allarme: «Per venire in soccorso dell’Africa a causa del Covid-19 servono 3mila miliardi di dollari e ci saranno milioni di morti, anche tra la popolazione giovane».