Arte e Cultura
31° Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina
Cortometraggi d’Afriche
L’appuntamento di Milano (29 aprile – 8 maggio) riserva ampio spazio alla cinematografia africana nella sezione cortometraggi. Si segnala anche lo spazio di dibattito/approfondimento gestito dal Coe e dalla Fondazione Edu
02 Maggio 2022
Articolo di Anna Jannello
Tempo di lettura 6 minuti

La zebra multicolore, che da cinque anni è il simbolo del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina è tornata sugli schermi di cinque sale milanesi, fra cui il riaperto Arlecchino. Con un nuovo look “pixellato” a significare che questa 31° edizione è in versione ibrida: dei 47 film proiettati in presenza, 25 sono visibili anche online sul canale MYmovies.it per uno o più giorni.

Debutto in grande stile, venerdì 29 aprile all’Auditorium San Fedele, con Twist à Bamako del regista francese Robert Guédiguian che dopo aver esplorato in tanti film la sua città, Marsiglia, volge lo sguardo all’Africa ambientando la nuova pellicola in un periodo particolare, quello della fine del colonialismo. La capitale del Mali nel 1962 vive un momento di grande slancio patriottico, la costruzione di uno stato indipendente secondo il socialismo panafricano del presidente Modibo Keïta, ma anche di malumori e contestazioni per l’imposizione di nuove regole.

Su questo sfondo si colloca la storia d’amore fra Samba, di giorno appassionato militante, la notte scatenato ballerino, e Lara, scappata da un matrimonio combinato con il nipote di un capo villaggio tradizionale. Al ritmo di Twist again e altri brani d’epoca, i due protagonisti cercano la felicità scontrandosi con le vecchie tradizioni e il nuovo dogmatismo politico. Fotogrammi in bianco e nero – gli scatti di Malik Sidibé, padre della fotografia maliana, che hanno ispirato il regista – interrompono a tratti la scena creando un contrappunto con i vivaci colori dell’Africa subsahariana.

Gli attori, a partire da Stéphane Bak parigino di origine congolese (doveva essere presente alla prima italiana ma è stato trattenuto a New York dal Covid) parlano un ottimo, ma poco realistico francese. Per il pubblico africano Twist à Bamako è stato doppiato in bambara e wolof, le lingue più parlate rispettivamente in Mali e Senegal (dove il film è stato girato a causa dell’attuale insicurezza politica maliana).

Africa Talks

Africa protagonista, sabato 30 aprile, per il quinto appuntamento con Africa Talks, il format di approfondimento nato dalla collaborazione fra Coe (Centro orientamento educativo) e Fondazione Edu. Quest’anno si sono confrontati sul futuro delle industrie culturali e creative africane quattro ospiti: Ojoma Ochai, nigeriana, Director of Arts -West Africa per il British Council e direttrice del neonato CcHUB  Creative  Economy; Chiara Piaggio, scrittrice e antropologa esperta di culture dei paesi africani; Sidick  Bakayoko, ceo della start up ivoriana Paradise Game e ideatore del Festival di videogame Feja; Neri Torcelli, curatore di AAVF – African Art in Venice Forum alla Biennale di Venezia.  

Le industrie culturali e creative africane sono in continua crescita (basta pensare che in Nigeria la produzione cinematografica di Nollywood dà lavoro a 300mila persone o ai numerosi premi letterari vinti dagli scrittori della diaspora africana) pur scontrandosi con tante carenze strutturali e legislative.

L’enorme vitalità della street art africana esplode nel docufilm proiettato dopo il dibattito: Système K , girato nella giungla urbana di Kinshasa (oltre 13 milioni di abitanti, Rd Congo) fra edifici in rovina, strade dissestate, fogne a cielo aperto. Il regista Renaud Barret – francese, da trent’anni vive nella capitale della Rd Congo – testimonia la vita di artisti, musicisti, performer underground che utilizzano materiali recuperati nelle discariche cittadine per creare le loro opere, incisive provocazioni che esprimono rabbia per le violenze inflitte al loro paese ma anche i sogni di cambiamento. Quando non è il loro stesso corpo, portato al limite della sofferenza, a trasmettere il messaggio e scuotere le coscienze dei passanti. Lunedì 2 maggio Système K è replicato a CinéMagenta63, la sala dell’Institut culturel français.

Giovani registi

Il festival, che prosegue fino all’8 maggio (programma), dà tutto lo spazio all’Africa nella sezione Cortometraggi, tradizionalmente dedicata al continente nero: undici corti in concorso per promuovere giovani registi. Fra questi, Angle mort del tunisino Lotfi Achour riporta alla memoria collettiva la storia di uno dei tanti scomparsi sotto la ventennale dittatura del presidente Ben Alì. Il regista, attraverso un interessante lavoro di animazione in bianco e nero, ha voluto riaprire il caso di un uomo rapito, torturato e ucciso nel 1991 che torna a parlare di sé.

In Will my parents come to see me? Mo Harawe, nato a Mogadiscio, descrive la “procedura” che precede la condanna a morte del giovane Farah: visita dal medico, istruzioni dall’ufficiale giudiziario, assistenza dell’imam, incontro con i genitori.

Più lieve l’atmosfera di Astel. Ambientato in una zona pastorale del nord del Senegal, dove Ramata-Toulaye Sye, nata a Parigi da genitori senegalesi, dipinge con poetica delicatezza il passaggio dall’infanzia all’adolescenza della protagonista tredicenne e la sua separazione dall’amato padre.

Altri cortometraggi, tutti visibili in streaming fino all’8 maggio, hanno le donne come protagoniste: Hot Sun racconta la giornata lavorativa di Diana, colf nelle case dei benestanti di Nairobi; Khadiga segue il vagabondare di una giovane madre e il suo neonato nelle strade del Cairo; sempre al Cairo, Cai-Ber descrive il dramma di Nour che perde il passaporto poche ore prima della partenza segretamente organizzata per fuggire dal paese; in Home della regista rwandese Myriam Umiragiye Birara una giovane donna torna al villaggio per fuggire dal marito violento ma si scontra con le norme sociali che le chiedono di conformarsi ai doveri di una buona moglie.

Universitari a Bangui

Delle dieci pellicole in concorso per la sezione Lungometraggi sono ambientate in Africa Nous étudiants e Soula. Il primo è la realistica rappresentazione della vita di alcuni studenti di economia a Bangui. Il regista Rafik Fariala, nato nel 1997 in Kivu (Rd Congo) e fuggito con i genitori nella Repubblica Centrafricana, filma sé stesso e i suoi amici in un interessante spaccato quotidiano dell’ambiente universitario visto dal suo interno. Il secondo è il film d’esordio dell’algerino Salah Isaaad ispirato alla storia di Soula Bahri (che interpreta se stessa nel film)), ragazza madre rifiutata dalla famiglia che viene trascinata in una nottata folle di abusi, droga e umiliazione.

Al concorso EXTR’A partecipano sedici film di registi italiani che si confrontano con altre culture. Con quella africana in particolare, America non c’è di Davide Marchesi descrive quotidianità ed esperienze di vita di un gruppo di giovani italiani di origine africana, all’indomani delle proteste organizzate nell’estate 2020 a sostegno del movimento Black Lives Matter.

In Amuka Antonio Spanò racconta la resilienza di contadini congolesi (la Rd Congo potrebbe nutrire quasi una persona su due sulla Terra, eppure 12 milioni di suoi cittadini soffrono la fame) che hanno resistito alle guerre e alla corruzione unendosi in cooperative e guadagnandosi indipendenza e sostentamento.

Hanno come protagonisti dei bambini i corti: Oltre la foresta in cui Chancelle e Chancelline, gemelli del Benin dove sono considerati esseri sacri, camminano ogni mattina attraversando la foresta per raggiungere la scuola; La pecora con i toni della favola racconta la storia di Amira, una bimba marocchina in Italia il cui padre la porta a scegliere una pecora, che lei cura con amore ma presto capirà qual è il destino riservato all’animale.

Infine, della regista Margherita Ferri Capitan Didier, il sogno di un bambino di origine subsahariana di costruire una barca tutta sua, fatta di cartoni per la pizza che il padre Amir, rider, gli porta ogni sera a casa per aggiungere un tassello al suo capolavoro. 

 

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