Festival del cinema africano, d’Asia e d’America Latina
Successo di pubblico e di critica al festival di Milano, nonostante le difficoltà economiche. Riconoscimenti a opere di registi dal Sudafrica, Camerun e Marocco.

Si sono spente, domenica scorsa a Milano, le luci sulla diciannovesima edizione del Festival del cinema africano, d’Asia e d’America latina . Sette giorni, quelli della kermesse milanese, che hanno portato nel capoluogo oltre alle ottanta pellicole in concorso i colori, i suoni e i sapori da tutto il Sud del mondo.
Annamaria Gallone, direttrice artistica del festival, sottolinea come nonostante le difficoltà economiche il festival si sia stato un buon successo di critica e pubblico. E non solo per i film proposti. Infatti, hanno destato grande interesse la conferenza Al Jazeera,l’occhio arabo sul mondo, l’occidente visto attraverso la più famosa rete televisiva del Medio Oriente e gli eventi organizzati presso La casa del pane: uno spazio dove dibattiti, esposizioni, spettacoli e degustazioni si fondono in un perfetto clima multiculturale permettendo a pubblico e artisti di incontrarsi.

La giuria ha assegnato il premio per il Miglior film africano a Nothing but the truth del regista John Kani, il film narra, tra storia e leggenda, il superamento dell’apartheid in Sudafrica.

Miglior cortometraggio per la sezione africana è risultato, invece, Waramutseho! di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, prodotto dal Camerun in collaborazione con la Francia, è la storia dell’amicizia tra due studenti e coinquilini ruandesi migrati in Francia, messa alla prova dai disordini e dal genocidio in atto nel loro paese natale: Kabera infatti è hutu e Uwamungu è tutsi.

Jermal, il film-denuncia sullo sfruttamento minorile, di Ravi L. Bharwani e Rayya Makarim è stato premiato come Miglior Lungometraggio della la sezione Finestre sul Mondo che include i film da tutti e tre i continenti.

Sempre per la stessa sezione, a trionfare nella categoria documentari è stato Nos lieux interdits di Leila Kilani: decenni di tortura e deportazione politica in Marocco vissuti attraverso le vite di quattro famiglie seguite dalla regista per tre anni.