Egitto / Morsi
Ieri il deposto presidente egiziano Mohamed Morsi è stato condannato a 20 anni di carcere per incitamento all'uccisione di manifestanti nelle proteste di piazza del dicembre 2012. L'ex esponente dei Fratelli musulmani rischiava la pena capitale, che potrebbe però arrivare da altri due processi in cui è imputato. La conferma che Al-Sisi voglia sbarazzarsi dei suoi nemici?

A quasi due anni dalla sua destituzione per iniziativa dell’esercito, guidato allora dall’attuale rais Al-Sisi, l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi è stato condannato ieri a 20 anni di prigione per “incitazione all’assassinio” di manifestanti nel dicembre 2012. Il processo lo ha visto coimputato insieme ad altri 14 dirigenti dei “Fratelli musulmani”, con lo stesso capo di accusa; di questi, 12 sono stati condannati anche loro a 20 anni, altri due a 10 anni.

Tutti i 15 imputati sono stati invece assolti dall’accusa di assassinio di manifestanti, che avrebbe comportato la condanna a morte. Hanno presentato il ricorso in appello, ma resteranno in carcere.

I Fratelli musulmani che nel 2012, guidati da Morsi, avevano vinto le elezioni parlamentari dopo la caduta di Mubarak, hanno chiamato i propri aderenti a manifestare contro le autorità che hanno infranto la legittimità popolare. I processi per Morsi e gli altri imputati non sono peraltro finiti, perché altri capi di accusa li aspettano in altri giudizi. La pena capitale per l’ex esponente dei Fratelli musulmani potrebbe ancora arrivare, infatti, da due altri processi in cui la sentenza è attesa per il 16 maggio, tra cui quello in cui è accusato di spionaggio a favore di potenze straniere.

Questa ennesima condanna conferma l’intenzione del presidente Al-Sisi di sbarazzarsi dei Fratelli Musulmani. Qualche giorno prima i suoi dirigenti, tra cui la guida suprema Mohamed Badie, sono stati condannati a morte. Diverse decine di pene capitali erano state pronunciate nel corso di precedenti processi contro sostenitori dei Fratelli Musulmani. Lo scorso 7 marzo la pena era stata eseguita mediante impiccagione per un militante accusato di violenze ad Alessandria.

Dopo la destituzione di Morsi, nel luglio 2013, i Fratelli Musulmani avevano inscenato numerose proteste, duramente represse dal nuovo uomo forte del paese. Una coalizione di partiti e movimenti si era immediatamente costituita per reclamare il ritorno di Morsi al potere. Nell’ottobre scorso il governo l’ha formalmente sciolta, dopo una decisione giudiziaria, e dopo che l’alleanza aveva visto divisioni e defezioni al suo interno.  

Il Dipartimento di Stato americano ha subito manifestato la sua “inquietudine” per la condanna nei confronti di Morsi. Ma da tempo Al-Sisi si è conquistato quantomeno la benevolenza dell’Occidente, proponendosi come fattore di stabilizzazione di una regione in ebollizione dalla Libia all’Iraq, passando per la Siria. Grazie a questo ruolo ha potuto ottenere forniture di armi, l’ultimo contratto con la Francia per 24 caccia Rafale.

In questo clima, la repressione non solo dei fratelli Musulmani, ma di qualunque dissenso o devianza, continua. Dopo la campagna contro giornalisti indipendenti e contro i gay, nello stesso giorno del verdetto contro Morsi, la celebre danzatrice del ventre Safinaz, di origini armene, è stata condannata per essersi esibita con i colori della bandiera egiziana.

Nella foto in alto l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi mentre assiste dietro le sbarre ad un udienza del processo. (Fonte: ©Str / Afp)