È quasi unanime la rivolta dei paesi del Sud del Mondo, all’intesa non vincolante uscita dal vertice sul clima di Copenaghen, concluso la scorsa settimana. Da 50 miliardi passano a 10 miliardi di dollari i fondi ottenuti dai paesi in via di sviluppo. Niente accordo, invece, sul fronte del controllo delle emissioni di gas ad effetto serra.

Si è concluso con un accordo parziale e non vincolante, il vertice mondiale sul clima di Copenaghen. Un accordo, di fatto, più di facciata che di sostanza, sottoscritto da Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica, e liquidato con freddo disprezzo dai 185 paesi del Sud del mondo che si sono limitati a «prendere atto» di questo accordo.
«Avete messo trenta denari sul tavolo per farci tradire il nostro popolo, ma il nostro popolo non è in vendita» ha persino aggiunto il rappresentante di Tuvalu piccola isola-nazione nel Pacifico, che sta per essere cancellata dall’innalzamento dell’oceano.

«Stanno chiedendo all’Africa di sottoscrivere un impegno al suicidio» è stato invece il commento di Lumumba Di-Aping, ambasciatore sudanese alle Nazioni Unite, presidente di turno del Gruppo dei 77 più la Cina, che ha definito il documento finale un «Olocausto che incenerisce l’Africa».
Ma c’è chi si sforza di guardare al lato positivo. Lo fa per primo, il padrone di casa, il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, che sottolinea l’importanza di aver raggiunto un accordo di base dal quale partire per discutere in futuro scelte vincolanti.

Manca un vincolo al taglio delle emissioni di gas ad effetto serra, mancano le scadenze, ma c’è, invece, lo stanziamento di un fondo speciale destinato ai paesi in via di sviluppo: 30 miliardi di dollari per il triennio 2010-2012, dopodiché, 100 miliardi di dollari all’anno saranno stanziati entro il 2020. Briciole secondo gli africani.
Il vero dubbio, secondo Elena Gerebizza, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, è che, in assenza di meccanismi di gestione sotto l’egida delle Nazioni Unite, questi fondi possano essere elargiti sotto forma di prestito ai paesi poveri. Senza contare la stessa reperibilità del denaro: «Non è chiaro come questi finanziamenti saranno stanziati» spiega Gerebizza. «Non si sa da che budget possano uscire».

I più ottimisti sostengono che si tratti di un inizio, che sia importante l’adesione, per la prima volta, degli Stati Uniti, e che gli impegni veri si vedranno solo entro la fine del prossimo anno. Tra sei mesi è già fissato, infatti, un nuovo incontro a Bonn, tra 1 anno a Città del Messico.
L’unico blocco, che finora ha confermato, tuttavia, gli impegni già presi (riduzione del 20% delle emissioni di gas ad effetto serra, aumento al 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, aumento del 20% dell’efficienza energetica entro il 2020) è l’Unione Europea. «Un impegno interno» però, secondo Gerebizza: «Se l’Europa non dovesse raggiungere l’obiettivo, di fatto oggi non deve rendere conto a nessuno».

(L’intervista a Elena Gerebizza, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)