Africa orientale / Immigrazione
Dai recenti aggiornamenti sui flussi migratori è emersa in tutta evidenza l'importanza del Corno d'Africa quale crocevia di primo piano sia d'immigrazione che di emigrazione. Da una parte il conflitto yemenita sta incrementando i traffici con la penisola araba. Al contempo però continuano le ondate migratorie dirette in Europa, dove destano preoccupazione alcune misure discriminatorie recentemente adottate dai governi per contenere i nuovi sbarchi.

I dati diffusi da diverse organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che si occupa in specifico dei profughi, e il Segretariato Regionale per le Migrazioni (Rmms), specializzato nel monitoraggio dei flussi nell’Africa dell’Est, forniscono un quadro della situazione su una rotta migratoria, quella del Corno d’Africa, ancora poco conosciuta nel nostro paese, ma che interessa centinaia di migliaia di persone impegnate ad entrare o ad uscire da una tra le regioni più povere al mondo. Innanzitutto va segnalato che, complessivamente, il numero di soggetti in movimento è aumentato in tutti e cinque i paesi dell’area: Gibuti, Etiopia, Eritrea, Somalia e Sudan. Si deve comunque tener presente che i dati su cui si basano i rapporti ufficiali sono sempre approssimati per difetto, poiché riguardano le persone che hanno avuto contatti con le organizzazioni internazionali competenti presso le quali si sono registrate. Nulla si sa invece di tutti coloro che sono sfuggiti ai conteggi statistici, un numero spesso considerevole.

Il ruolo del conflitto yemenita
Sulla rotta del golfo di Aden, secondo i dati disponibili, le migrazioni irregolari nel 2015 sono aumentate in maniera considerevole rispetto al 2014. Il fattore maggiormente responsabile di questo incremento è stato il conflitto yemenita, che ha portato più di 72.000 persone a cercare rifugio in Etiopia, Somalia, Sudan e a Gibuti. L’anno precedente, gli spostamenti dallo Yemen verso i paesi vicini erano stati così irrisori da non figurare nemmeno nelle classifiche delle organizzazioni citate. Al contempo, però, il conflitto non ha fermato i migranti che approdano sulle coste dello Yemen per poi dirigersi verso Arabia Saudita e paesi limitrofi in cerca di lavoro. Si sono registrate infatti 92.466 persone, leggermente in aumento rispetto alle 91.592 dell’anno scorso, il 90% delle quali di nazionalità etiope e la restante parte somala. Diversi analisti sono del parere che la diminuzione dei controlli sulla terraferma causata dalla crisi potrebbe aver facilitato il transito verso i paesi petroliferi della penisola, attirando dunque un numero crescente di persone. Nelle due direzioni si sono mosse complessivamente circa 165.000 persone. È però significativamente diminuito il numero di incidenti, che hanno causato 95 morti nel 2015 rispetto a 246 nel 2014. Anche questo, dicono gli esperti, potrebbe essere stato causato dalla guerra nello Yemen, per cui si sono impegnati nel trasporto dei profughi natanti più grandi e in migliori condizioni, che sono poi ritornati ai porti di partenza con i migranti economici diretti nei paesi petroliferi.

Discriminazioni pericolose
Come negli anni precedenti, anche nel 2015 i paesi del Corno d’Africa, e in particolare Eritrea, Somalia e Sudan, hanno originato uno dei maggiori flussi migratori verso l’Europa: 37.000 richiedenti asilo sono sbarcati in Italia dall’Eritrea, più di 11.000 dalla Somalia e quasi 9.000 dal Sudan. Delle 3.772 persone morte l’anno scorso nel Mediterraneo, 359 provenivano dai paesi del Corno d’Africa. Certo, le ondate migratorie scatenate dai conflitti in Medio Oriente, Siria e in Iraq in testa, hanno abbondantemente superato nei numeri quelle del Corno d’Africa, provocate invece dalla povertà e dall’instabilità della regione. Ma il diritto a godere della protezione internazionale è individuale: Esso non può dipendere dalla consistenza dei flussi, e dalla cattiva coscienza dovuta a chiare responsabilità nello scatenamento delle crisi, come parrebbe invece dalle recenti disposizioni di diversi paesi europei che hanno stilato una classifica delle nazionalità dei richiedenti asilo da accogliere o da respingere. Chi proviene dal Corno d’Africa sta precipitando in fondo all’elenco degli aventi diritto. Perfino gli eritrei non potranno più vedersi riconosciuto lo status di rifugiato in Gran Bretagna e Danimarca. Di fronte a questa situazione, si fa sempre più forte l’appello lanciato dal mondo della società civile contro le discriminazioni operate sulla base del luogo di provenienza. Dalle istituzioni europee ci si aspetta invece uno sforzo maggiore nel condurre l’analisi sulle condizioni individuali che hanno spinto i migranti alla partenza, o forse meglio, alla fuga.