Coronavirus: fatti, non paura - Nigrizia
Politica e Società
Coronavirus: fatti, non paura
04 Febbraio 2020
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 5 minuti
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La fobia, alimentata anche da certa stampa, sta dilagando molto più velocemente del virus. E’ bene ricordare allora che, fino ad ora, a sud del Mediterraneo non risultano esserci casi verificati di contagio. E che il continente è preparato ad affrontare ben più gravi emergenze.

Il coronavirus fa paura. Provoca atteggiamenti irrazionali (come disertare il bar gestito da un cinese o scrivere frasi sceme sui social). Genera articoli – ma anche baccano – sulla stampa. Quella, per esempio, che ricorda che il continente africano è a rischio perché non è preparato ad affrontare un’eventuale emergenza.

“Fatti, non paura”, questo l’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha oltremodo sottolineato che – anche nel continente – sono in atto azioni per rispondere all’eventuale arrivo del virus. E ha già diffuso norme generali e linee guida da seguire negli ospedali e alle frontiere.

Ancora nessun caso conclamato

Secondo il Centro europeo per la prevenzione e controllo della malattia, al 2 febbraio si sono registrati 157 casi fuori dalla Cina (anche in paesi europei come Italia, Francia, Germania, Spagna). Nessuno in Africa. In queste ore tre persone sono state messe in quarantena a Nairobi. Provenivano dalla Cina.

Un altro studente – sempre in Nigeria, – considerato un caso sospetto e che arrivava da Wahan, epicentro del virus, è stato sottoposto ai test. Risulta sano. All’aeroporto internazionale di Johannesburg, OR Tambo, sono in corso controlli medici agli arrivi, anche con l’ausilio di una termo-camera. Lo stesso sta avvenendo in altri scali, come quello della Liberia. Il paese ha anche sospeso il rilascio di visti di ingresso per cittadini cinesi.

Il continente africano – si legge in questi giorni – ha costanti rapporti con la Cina e i cinesi. E questo è un altro fatto, certo. Imprenditori e aziende cinesi (e i loro uomini, management o semplici operai) sono presenti massicciamente in tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana. Sono presenti nelle miniere, nelle foreste, nelle città. Così come si è incrementato negli ultimi anni il flusso di giovani africani che vanno a studiare in Cina.

Ma cittadini cinesi non sono in tutto il mondo? Non viaggiano dal loro paese verso altri continenti senza sosta? I paesi dove nel 2019 si sono registrati il maggior numero di migranti cinesi sono l’Indonesia e la Tailandia, seguono la Malesia e gli Stati Uniti. In tutto (lo dice Global Chinese Diaspora) 40 milioni di persone (cinesi) di differente background distribuite in tutto il mondo.

Un continente non nuovo alle emergenze

Torniamo al punto di partenza: l’Africa non sarebbe preparata ad affrontare un’epidemia. C’è del vero, ovvio. Quello che però non torna è aver dimenticato che l’Africa sta già affrontando emergenze ed epidemie. E da anni. Dal 2014 al 2016 l’ebola ha provocato 11.310 vittime in Liberia, Guinea e Sierra Leone su 28.616 casi. Un ritorno del virus si è registrato nel 2018 nella Repubblica democratica del Congo, provincia del Nord Kivu, zona che tra l’altro ospita un milione di sfollati. Una provincia che ha confini con il Rwanda e l’Uganda. Luoghi dove il passaggio di merci e persone avviene con frequenza e regolarità.

Ed è ancora nella Rd Congo che dal 2019 è in corso una gravissima epidemia di morbillo. A gennaio 2020 il numero dei morti ha superato i 6mila. Mancanza di fondi, e forse anche di organizzazione in aree a volte difficili da raggiungere, non stanno aiutando a circoscrivere la diffusione della malattia. L’OMS fa sapere che nel 2019 sono stati vaccinati 18 milioni di bambini sotto i cinque anni, ma in ogni caso nelle aree più remote la copertura vaccinale arriva solo al 25%.

Nella Rd Congo vivono quasi 89 milioni di persone. E poi c’è il virus lassa, endemico in alcuni paesi: Benin, Ghana, Guinea, Liberia, Mali, Sierra Leone, Togo, Nigeria. E in Nigeria, nel nord ovest, è in corso una recrudescenza della febbre provocata dal virus. Sono già 41 i morti accertati, 258 casi registrati in 19 dei 36 stati che compongono il paese. E poi, tralasciando zika, febbre gialla, dengue e le malattie parassitarie, c’è lei, la malaria, ancora una delle principali cause di morte nell’Africa sub-sahariana.

Nel 2018 (ultimi dati a disposizione) su 228 milioni di casi in tutto il mondo, oltre 213 milioni (93%) sono stati in Africa. Su 405mila morti a livello globale il 94% si sono contati in paesi africani, soprattutto Nigeria, Rd Congo, Tanzania, Angola, Mozambico, Niger.

Anche questi sono fatti. Il resto sono parole. Paura e rumore. E a chi vuole mettere in atto restrizioni, chiusure di frontiere e isolamenti, gli esperti dicono che queste misure potrebbero causare più danni che benefici, ostacolando la condivisione di informazioni, le catene di approvvigionamento e danneggiando le economie. Certo, basterebbero deroghe al passaggio di medici e medicinali, ma la questione ora è un’altra, anch’essa dannosa: continuare a considerare i “fatti” in maniera diversa e a seconda di dove questi accadono.

Un operatore sanitario ivoriano controlla la temperatura del ministro della salute e dell’igiene pubblica Eugene Aka Aoule mentre il paese intensifica lo screening per il coronavirus all’aeroporto Felix Houphouet-Boigny di Abidjan domenica. (Foto: EPA-EFE)

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