Ore decisive ad Abidjan
Fallito l’incontro di oggi della troika africana (i presidenti di Benin, Capo Verde e Sierra Leone) con Gbagbo: dovevano convincere il presidente uscente a lasciare. A questo punto non è da escludere un intervento militare della Cedeao per rovesciarlo.

Prosegue il braccio di ferro

 

Il 28 dicembre potrebbe segnare una svolta nella tormentata vicenda ivoriana: la troika africana guidata dal presidente del Benin, Yayi Boni, e composta dai presidenti di Capo Verde (Pedro Pires, nella foto al suo arrivo ad Abidjan) e della Sierra Leone (Ernest Koroma), era arrivata ad Abidjan per convincere Laurent Gbagbo a lasciare la poltrona presidenziale a Ouattara. Ma la missione è fallita: il presidente uscente ha ribadito «che nessuna istituzione internazionale ha il diritto di intervenire con la forza per imporre un presidente a uno Stato sovrano».

 

Venerdì scorso, vigilia di Natale, in un incontro straordinario ad Abuja (Nigeria) dei capi di stato della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao), si era deciso di usare la fermezza nei confronti di Gbagbo. L’impresa dei tre presidenti sembrava disperata fin da subito, visto che Gbagbo non fa che ripetere che l’eletto è lui e lui è il presidente della Costa d’Avorio, e denuncia un complotto internazionale franco-americano che vuole sloggiarlo. Se Gbagbo rifiutasse di partire, però, non è da escludere un intervento militare della Cedeao per rovesciarlo.

 

È la prima volta che la comunità internazionale interviene così pesantemente in Africa per far rispettare il verdetto delle urne che, nel caso specifico, hanno visto Ouattara vincitore. Come sarebbe la prima volta che dei paesi africani intervengono militarmente perché un’elezione presidenziale non finisca “confiscata”.

 

Il 27 dicembre, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, Stati Uniti e Francia in primis, Alassane Ouattara, aveva invitato la popolazione a «cessare ogni attività finché Gbagbo non avrà lasciato il potere». Uno sciopero generale illimitato, insomma. Ad Abidjan, la capitale economica, l’ordine di sciopero è stato praticamente ignorato e tutto sembrava svolgersi come in un qualunque lunedì all’indomani della festa di Natale. Nel centro-nord, invece, acquisito al campo Ouattara, lo sciopero è stato seguito.

 

Domenica 26, Parigi bloccava l’aereo presidenziale ivoriano all’aeroporto franco-svizzero di Basilea-Mulhouse, dove era stazionato per una revisione tecnica, accondiscendendo ad una richiesta delle “autorità legittime” della Costa d’Avorio, cioè di Ouattara. Sostenitori del presidente eletto, sono intervenuti lunedì 27 all’ambasciata ivoriana nella capitale francese per appoggiare lo sciopero. Intanto Ouattara ha nominato un nuovo ambasciatore in Francia che Parigi intende riconoscere.

 

Le posizioni si stanno dunque sempre più radicalizzando. Questo far bella mostra di muscoli, fa temere molto per il futuro immediato del paese: una guerra civile che si ripete, non è completamente da escludere. Intanto a pagare è, come sempre, la gente che tribola a sopravvivere.