Nuova via della seta / Africa
Il mega-progetto cinese detto "Nuova via della seta" si è trasformato in un boomerang che sta spingendo un numero crescente di governi, indebitati con Pechino, a ripagare il creditore con la cessione di strutture e aziende vitali per la propria economia.

Il mastodontico progetto della Belt and road initiative (Bri), meglio conosciuta come la “Nuova via della seta”, lanciato nel settembre 2013 dal presidente cinese Xi Jinping, sta dominando le cronache dei media italiani, sollevando una ridda di polemiche.

La motivazione di tanto clamore mediatico e delle conseguenti controversie è racchiusa nel fatto che, con la firma del memorandum d’intesa con Pechino, l’Italia sarà il primo paese del G7 ad appoggiare formalmente la spinta all’investimento globale della Cina.

Nei giorni scorsi, il vicepremier Matteo Salvini e il governatore del Veneto Luca Zaia, hanno paventato il rischio di “colonizzazione” che effettivamente non sembra palesarsi per un accordo cornice, contenente solo l’indicazione di alcuni settori strategici in cui favorire investimenti congiunti e accelerare l’acquisizione di commesse da parte delle imprese italiane. 

Rapporto sbilanciato

Situazione ben diversa in Africa, come spiega un nuovo report dell’Istituto di studi sulla sicurezza (Iss) di Pretoria, secondo cui il rischio di “colonizzazione” appare tangibile per i paesi africani interessati dal mega-progetto che prevede la costruzione di importanti infrastrutture in Africa orientale e nel Corno.
I leader africani hanno abbracciato l’iniziativa cinese che viene percepita come una valida e tangibile alternativa agli incerti piani di investimento di lungo periodo per colmare il deficit infrastrutturale del continente, proposti da europei o americani. Mentre alcuni economisti africani sono concordi nel ritenere che la Bri costituisca un volano per sviluppare le relazioni sino-africane.
Tuttavia, il think tank sudafricano non concorda con simili valutazioni, richiamando alla memoria che agli inizi degli anni 2000, gli interessi strategici della Cina in Africa sono diventati sempre più evidenti e da allora il gigante asiatico ha approfondito i rapporti economici, politici e culturali con i governi africani, imponendo un’unica precondizione: il rispetto del principio della cosiddetta one-China policy.
Tale politica di non ingerenza negli affari interni di un altro paese, ha indotto molti governi africani a individuare nella Cina un partner privilegiato. 
Ciononostante, il report dell’Iss sottolinea che la relazione tra Cina e Africa mostra alcune evidenti caratteristiche che si riallacciano al colonialismo, sollevando interrogativi sul reale costo dei benefici che l’Africa sta ottenendo dal gigante asiatico. 

Sovranità a rischio
L’analisi rileva che le maggiori ambiguità del rapporto costi-benefici tra Africa e Cina sono insite nei termini per le garanzie sui prestiti. Pechino ha saputo efficacemente sfruttare la complessità delle garanzie a lungo termine di beni e risorse attraverso un sistema di baratto, che prevede che in cambio del capitale di investimento e dell’infrastruttura, alcuni paesi concedano lo sfruttamento delle proprie risorse e l’assunzione di una quota di proprietà nei progetti infrastrutturali. 
Il numero totale dei paesi africani pesantemente indebitati con la Cina che hanno consentito alla concessione delle proprie risorse, non è definito. Di sicuro, tra questi, ci sono Zambia, Angola, Repubblica democratica del Congo (RdC), Mozambico, Etiopia, Sudan, Kenya e Gibuti.
Nello Zambia, Pechino ha già acquisito il totale controllo dell’emittente radio-televisiva di stato Znbc, mentre il ministero del Tesoro starebbe per offrire alla Cina, come garanzia per un prestito, la proprietà della Zesco, la compagnia statale di energia elettrica. La superpotenza asiatica avrebbe anche avanzato l’ipotesi di rilevare l’aeroporto internazionale “Kenneth Kaunda” a Lusaka, se lo Zambia non riuscirà a saldare il debito entro la data prevista.
L’entità del debito che lo Stato dell’Africa meridionale ha contratto con i cinesi non è chiara e la mancanza di cifre esatte lascia spazio a tutte le supposizioni. Allo stesso modo, gli esperti dell’Iss ricordano che il Madagascar ha impegnato un’enorme porzione dei suoi terreni come garanzia per i prestiti. Mentre la RdC, in cambio di un prestito di 9 miliardi di dollari per la modernizzazione dei sistemi stradali e ferroviari, ha concesso alla Cina i diritti per estrarre fino a 10 milioni di tonnellate di rame e 420mila tonnellate di cobalto in 15 anni.
Anche il porto di Lamu, in Kenya, potrebbe essere ceduto per 99 anni alla Cina, se Nairobi non adempirà alle condizioni di rimborso dei prestiti. Lo stesso vale per Gibuti, dove entro la fine del 2016, l’82% del debito estero era detenuto dalla Pechino. Sta di fatto che, in caso di inadempienza, Gibuti potrebbe cedere ai cinesi il controllo dello strategico porto di Doraleh.
Nell’approccio della Cina nei confronti dell’Africa, non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato, perché è normale che ogni paese agisca nella tutela dei propri interessi. Pechino è indubbiamente diventata più efficiente nello sfruttamento del continente rispetto all’Occidente, pur traendo vantaggio da relazioni con paesi caratterizzati da strutture di governance relativamente deboli e mancanza di trasparenza. 
Per questo, ogni paese africano dovrebbe valutare la fattibilità dei progetti e negoziare le migliori condizioni possibili per i prestiti, oltre a garantire che i fondi vengano utilizzati in modo efficiente e per i progetti cui sono destinati. Se un prestito non può assicurare il ritorno dell’investimento, semplicemente non andrebbe contratto. Così, si porrebbe un argine al saccheggio delle risorse.

Nella foto grande: un operaio davanti al treno che corre sulla nuova ferrovia “made in China” che collega Mombasa a Nairobi, in Kenya.

 

Sopra: i tracciati della “Nuova via della seta”, via mare e via terra, secondo ‘The Economist’.