Relazione 2017 sugli armamenti
Dalle tabelle governative emerge un calo del 43,4% di vendite rispetto al 2015. Particolarmente negativo il dato del Nordafrica (-56% e addirittura un -87,5% rispetto al 2012). Il paese a cui abbiamo venduto più armi è l’Angola (88 milioni). Il dato generale, tuttavia, segna una crescita imponente (+85%) rispetto al 2015, dovuta alla commessa al Kuwait di 28 Eurofighter (7 miliardi di euro).

 L’immagine di un’Italia armata fino ai denti, con una crescita vertiginosa delle autorizzazioni all’export militare che esce dall’ultima relazione governativa sugli armamenti, merita una lettura diversa se si analizzano i dati di vendita all’Africa.

I 136 milioni di euro, valore delle licenze di esportazione nel 2016, rappresentano il secondo dato più basso dal 2008. Peggio dell’anno scorso è stato solo il 2014. Il calo è stato del 43,4% (oltre 240 milioni di euro nel 2015), con un dato particolarmente negativo per il Nordafrica (-56%). Negli ultimi 5 anni il calo di export verso la sponda sud del Mediterraneo è stato importante: si è passati dai 308,4 milioni del 2012 ai 38,5 dell’anno scorso (-87,5%). A colpire è, in particolare, la chiusura dei rubinetti con l’Algeria, uno dei paesi con cui lavoravano maggiormente le aziende belliche italiane. L’anno scorso hanno commerciato armi per 25,2 milioni di euro. Nel 2012 il dato sfiorava i 263 milioni di euro.

Nell’Africa subsahariana spicca il dato dell’Angola, non propriamente la culla della democrazia e della difesa dei diritti civili: si è passati da pochi spiccioli del 2015 (72mila euro) a 88,7 milioni di euro nel 2016, posizionando il paese al 13° posto della classifica dei paesi acquirenti. A Luanda le nostre aziende hanno venduto agenti tossici chimici o biologici, gas lacrimogeni e radioattivi, aeromobili e apparecchiature elettroniche.

Il commercio con l’Africa non è, comunque, lo specchio fedele di un mercato, quello dell’ esportazione armiero, che sta conoscendo nel Belpaese una crescita esponenziale. Il valore delle esportazioni è cresciuto dell’85% rispetto al 2015 raggiungendo il valore di 14,6 miliardi di euro. Pesa la mega vendita (oltre 7 miliardi di euro) di caccia Eurofighter Typhoon (28) al Kuwait. Si tratta della più grande commessa mai ottenuta da Finmeccanica/Leonardo. Secondo il governo senza quella licenza, il valore del made in Italy degli armamenti avrebbe segnato un -7% rispetto al 2015.

Tuttavia, Roma applaude il risultato finale. «L’Italia è riuscita a uscire dalla crisi del settore», si legge nella Relazione. Basta scorrere i dati degli ultimi 6 anni. La crisi è iniziata dopo il picco 2011 (5,3 miliardi circa) e la decrescita del 2012 (4,2 miliardi), e del 2013 (2,1 miliardi). Lieve progresso nel 2014 (2,6 miliardi), forte crescita nel 2015 (7,9 miliardi) e forte rialzo nel 2016.

Tre i paesi a cui abbiamo venduto armi per più di un miliardo di euro (Kuwait, Gran Bretagna e Germania). Ma ai vertici della classifica troviamo molti paesi mediorientali o a rischio conflitti, come l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia e il Pakistan.

Un successo che il governo legge come una maggiore capacità del sistema bellico italiano di penetrare il mercato bellico, anche se rispetto al 2016 sono calati i paesi (da 90 a 82) a cui abbiamo venduto armamenti.

Nella classifica delle aziende spicca il gruppo Leonardo, ex Finmeccanica, con quasi l’80% del valore complessivo delle licenze autorizzate. Ma spicca il dato delle filiali italiane del gruppo tedesco Rheinnmetall, al centro delle cronache per l’inchiesta aperta dalla Procura di Brescia per le bombe vendute dall’azienda e ritrovate nello Yemen, paese che vive sotto i bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Sommando i dati di Rwm Italia (con sede a Ghedi, Brescia) con Rheinnmetall Italia il gruppo tedesco supera i 900 milioni di euro di armi vendute, pari al 6,23 del totale delle licenze autorizzate.