Madagascar
Nessuna via d’uscita all’orizzonte per l’intricata crisi politica che sta vivendo la grande isola, dove invece le tensioni interne aumentano con l’approssimarsi della scadenza elettorale.

Dopo che ieri, il primo ministro del Madagascar, Olivier Mahafaly, ha rassegnato le dimissioni, il presidente Hery Rajaonarimampianina ha nominato Christian Ntsay per guidare un governo di unità nazionale nel tentativo di porre fine alla crisi politica che attanaglia il paese africano. Natsy, 57 anni, è un alto funzionario delle Nazioni Unite, che attualmente lavora presso l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). Il nuovo primo ministro malgascio non fa parte di nessun partito politico e ha una solida reputazione come esperto internazionale in gestione del lavoro e leadership. Tra il 2002 e il 2003 ha ricoperto l’incarico di ministro del Turismo della nazione dell’Oceano Indiano. 

L’ex primo ministro Olivier Mahafaly Solonandrasana aveva annunciato le sue dimissioni ai media per evitare di diventare «un ostacolo alla soluzione della crisi che affligge la nazione», che è scossa da accese manifestazioni di dissenso cominciate lo scorso 21 aprile. All’origine delle violente proteste, che finora hanno provocato due vittime e una dozzina di feriti, c’è il pacchetto di riforme elettorali proposto dal presidente Rajaonarimampianina, che avvantaggerebbe il presidente e tenterebbe di escludere l’opposizione dalle prossime elezioni politiche, previste tra sei mesi.

L’opposizione ha risposto al pacchetto di riforme elettorali occupando per due settimane alcune piazze della capitale Antananarivo. Dopo la mobilitazione, la Corte costituzionale malgascia ha eliminato alcuni elementi della nuova legge elettorale, tra cui la revisione delle liste e la durata della campagna elettorale.

Nel frattempo, la designazione del nuovo primo ministro Natsy ha riacceso il dibattito sulla composizione del nuovo governo di unità nazionale, dopo che la Corte costituzionale aveva stabilito che la rappresentanza dovrebbe rispettare proporzionalmente l’esito delle ultime elezioni legislative del 2013. L’interpretazione della sentenza ha già innescato un feroce dibattito tra il governo e l’opposizione: entrambe le parti affermano di detenere la maggioranza in parlamento, dove però dal 2013 molti deputati hanno cambiato partito.

A complicare l’intricato scenario, c’è anche la mancanza di chiarezza di Rajaonarimampianina, che non ha ancora annunciato se intende ricandidarsi alla presidenza. Permangono anche dubbi sulla reale data delle elezioni, inizialmente previste tra novembre e dicembre, dopo che la Corte costituzionale ha chiesto di anticiparne lo svolgimento durante la stagione secca, che va da maggio a settembre.

Né i tentativi interni né quelli internazionali per risolvere la crisi hanno portato a uno sblocco dell’impasse. E venerdì scorso l’ultima riunione del Consiglio nazionale per la riconciliazione, che comprendeva la presenza di delegati governativi e dell’opposizione, è finita con un nulla di fatto; nonostante il giorno prima, il ministro della Difesa, Beni Xavier Rasolofonirina, avesse minacciato l’intervento militare se le parti non riusciranno a superare lo stallo.

Trovare una soluzione realistica alla crisi non appare per niente facile, soprattutto per un paese caratterizzato da una lunga storia di instabilità cronica, che risale agli ultimi anni della seconda presidenza del filo-marxista Didier Ratsiraka, conclusa nel luglio 2002.

Nella foto: recenti manifestazioni di protesta guidate dall’opposizione nella capitale.