Achille Mbembe. Traduzione di Guido Lagomarsino, Anna Spadolini, Giuseppina Valent
Ibis, 2016, pp. 296, € 19,00

Il capitalismo, dalla tratta atlantica fino alla privatizzazione del mondo sotto la spinta della globalizzazione neoliberale, tende a «una universalizzazione della condizione negra», alla creazione cioè di un mondo abitato da una umanità esclusa, mercificata e per certi versi superflua.

Per dare sostanza all’enunciato di un «divenire negro del mondo», l’opera di Mbembe, filosofo camerunese, studioso del post-colonialismo e docente all’Università di Johannesburg, analizza come nell’immaginario europeo e poi occidentale le persone di origine africana sono diventati “razza negra” totalmente altra, prelogica e non assimilabile.

E si rifà a un lavoro di Franz Fanon (antropologo e filosofo originario della Martinica, 1925-1961), Pelle nera, maschere bianche (1952) per spiegare come sono andati costruendosi discorsi e saperi europei sull’umano – la ragion negra appunto – che hanno attribuito alla sola “razza bianca” la capacità di fare la storia.

L’autore vede una continuità tra il capitalismo della tratta (dal XVI° secolo), che ha considerato il negro merce e oggetto, e il capitalismo del XXI° secolo che vuole gestire l’insieme degli esseri viventi con le stesse modalità.

Il titolo è provocatorio – la Critica della ragion pura di Immanuel Kant è considerato il crinale della modernità – come l’uso della parola “negro”, ma meritano attenzione le valutazioni sulle derive del modello neoliberale, sulla fine della centralità dell’Europa e sul quel fenomeno sociale che viene definito «razzismo senza razze».