Oriente Occidente
Al festival di Rovereto, in prima nazionale, Au-delà della compagnia Baninga del coreografo congolese Bidiefono e Via Sophiatown della compagnia sudafricana Via Katlehong Dance, diretta da Vusi Mdoyi.

L’Africa ha sempre ballato. Nel dolore e nella gioia, nella paura e nell’abbondanza, in pace e in guerra. Tuttavia l’Africa è arrivata relativamente tardi a quella forma distillata di movimento che è la danza contemporanea. Forse anche per via di un pregiudizio assai diffuso, come spiega il coreografo congolese Bidiefono: «Quando ho cominciato, molti congolesi associavano la danza contemporanea a una danza dei bianchi e, quindi, a una forma di neocolonialismo».
Non che l’Africa fosse assente dalla danza contemporanea. La materia viva del gesto potente africano è stata nel tempo ampiamente saccheggiata: Bejart è un nome per tutti. Negli anni più recenti però l’Africa danzante ha cominciato a raccontarsi in prima persona.
Oriente Occidente, il festival di danza contemporanea che si tiene da molti anni a Rovereto, ha presentato all’inizio di settembre due “voci” molto diverse tra loro: il congolese, di Brazzaville, DeLa Vallet Bidiefono e i sudafricani di Via Katlehong.
Lo spettacolo di Bidiefono (foto in alto) – Au-delà, letteralmente l’Aldilà – parla di morte, della presenza quotidiana della morte nella vita di ogni giorno, ma anche del rapporto vivo con i morti. «Sebbene lavorassi anche intere giornate senza cibo – dice il coreografo – era come se fossi sbalzato fuori dal mio corpo per trovare la forza di ballare. Mi risollevavo grazie ad una certa forma di spiritualità e alla mia relazione con l’aldilà che molte volte mi ha aiutato nella mia ricerca. Era come se in quella terra ferita, la conoscenza dei defunti fosse più grande di quella dei vivi».

Dal punto di vista stilistico, Bidiefono costruisce uno spettacolo molto contaminato tra Africa ed Europa. Dell’Africa c’è la parola, distillata in suoni gutturali ed evocativi e la musica dal vivo, suonatori sul palco per produrre una colonna sonora a momenti quasi ipnotica, da blues del Sahara. E ci sono i visi che diventano maschere così come il mimo di un rito di purificazione spirituale. È quindi un teatro completo, modalità che le compagnie occidentali hanno solo recentemente cominciato, timidamente, ad imitare.
Invece è proprio il movimento, il puro gesto, ad essere molto sbilanciato verso le scuole europee e a denunciare la forte influenza francese sul lavoro di Bidiefono. La misura e l’essenzialità dei movimenti tengono l’Africa a distanza, se non per qualche passo tipico delle danze africane che appare e scompare qua e là nella pièce. I colori scuri e il fumo che percorre a tratti la scena completano l’idea di un aldilà dove molte cose accadono ogni giorno. 

Esplosione

Niente a che vedere con Via Sophiatown, lo spettacolo prodotto dalla compagnia di Katlehong, Johannesburg, Gauteng, Sudafrica. Qui la vita è la protagonista indiscussa. La vita di quel piccolo miracolo che fu Sophiatown negli anni ’50, culla di idee, di mescolanze di razze e generi, di pensieri, brodo di coltura di ribellioni e creatività. E ormai mito per molti sudafricani. Anche per la compagnia che prende il nome da una delle township più ‘calde’ del Rand, la cifra è quella del teatro a tutto tondo. In scena si balla, si canta, si racconta. Ma – abbastanza inusuale in un festival di danza contemporanea – va detto che siamo nel mondo del musical. La storia vitalissima, allegra e tragica di Sophiatown viene raccontata con danze sfrenate che molto devono sia al pantsula che al gumboot.
Una parentesi. Pantsula è il nome della danza che “we do down Johannesburg way”, come direbbe la grande Makeba, la danza che riassume la voglia di vivere e di lottare, la protesta, ma anche lo stile che si richiede per essere un uomo di mondo. Un hiphop sudafricano che a partire dagli anni ’50 si è evoluto nel tempo rimanendo vivo. Il gumboot invece era la danza dei minatori, il ritmo puro “suonato” sugli stivali di gomma che diventa il rombo profondo della rabbia e della lotta. Ed entrambi devono moltissimo alla velocità e potenza delle danze tradizionali, particolarmente zulu.
Dimenticatevi l’essenzialità del gesto. È l’esplosione del potere collettivo, che travolge anche gli spettatori. I quali, pur essendo uno scelto pubblico di conoscitori di gesti essenziali e movimenti distillati, alla fine tributano una standing ovation a scena aperta a questi giovani che ballano – o meglio ballavano al loro esordio – per tenersi lontani dalla violenza della strada.
Infine una nota che accomuna i due ensemble: entrambi ricevono un supporto essenziale dal mondo artistico francese. Le loro produzioni sono spesso elaborate infatti col sostegno dei vari festival (non solo Avignone, ma anche Lione e altri) perché in patria è molto difficile trovare i luoghi e le finanze per ballare.