Rwanda / L’assassinio in esilio di Karegeya
L’ex capo dei servizi segreti rwandesi è stato ucciso in un albergo sudafricano. Ex sodale del presidente, era scappato dal paese nel 2006 accusando l’uomo forte di Kigali di essersi trasformato in un dittatore a vita. È l’ennesimo oppositore ucciso o incarcerato.

Il primo gennaio, Patrick Karegeya, ex capo dei servizi segreti del Rwanda e oppositore giurato del presidente Kagame, è stato trovato morto in una camera del complesso alberghiero Michelangelo Towers, a Johannesburg, in Sudafrica. Siamo nel quartiere di Sandton, uno dei più cari e, secondo molti osservatori, posto sotto sorveglianza dai servizi segreti sudafricani. La polizia locale ha appurato che la morte era dovuta a strangolamento. Il partito di Karegeya, il Rwanda National Congress (Rnc), partito clandestino di opposizione con sede in Sudafrica, ha accusato il presidente Paul Kagame (foto) di essere il mandante dell’assassinio. Le autorità rwandesi, come era ovvio, hanno rabbiosamente negato ogni implicazione, accusando la famiglia di Karegeya di strumentalizzare la sua morte a fini politici.

Una reazione del presidente rwandese si è avuta solo il 12 gennaio, ma senza nominare Karegeya: «Chi mi accusa di essere responsabile (della morte di Karegeya, ndr) ha fatto mille volte la stessa cosa per difendere il proprio paese». «Il tradimento ha delle conseguenze», ha continuato rivolgendosi ai dissidenti in esilio. «Tutti questi tipi non sarebbero nulla senza il Rwanda. È il Rwanda, che oggi denigrano, che ha fatto di loro quello che sono». Gli oppositori sono avvertiti.

Qualche giorno dopo interveniva il portavoce del Dipartimento di stato americano con una dichiarazione senza precedenti: «Siamo sconvolti da una successione di omicidi di esiliati rwandesi importanti, omicidi che sembrano avere una motivazione politica. Le recenti dichiarazioni del presidente Kagame (“il tradimento ha delle conseguenze per chi tradisce il Rwanda») ci preoccupano particolarmente». Il tono più duro da parte degli Stati Uniti è in linea con un progressivo voltafaccia di Washington nei confronti di Kigali, soprattutto dopo le accuse mosse al Rwanda di sostenere la ribellione congolese dell’M23.

Il governo sudafricano ha condannato l’assassinio di Karegeya e chiesto alla polizia e alle autorità giudiziarie di agire rapidamente per trovare i responsabili e tradurli in giustizia. L’inchiesta è stata affidata agli Hawks, l’unità di élite della polizia. Che brancolano nel buio. Per la famiglia uno dei principali sospetti è un uomo d’affari di Kigali, certo Apollo Kiririsi Ismael, introvabile. La famiglia di Karegeya ha informato gli inquirenti che la vittima stessa aveva detto di avere un appuntamento con quest’uomo la sera della sua morte. Kiririsi alloggiava presso Karegeya quando era di passaggio in Sudafrica. Karegeya aveva “reclutato” Kiririsi quando era capo dei servizi di polizia in Rwanda.

 

Ex uomo forte del Rwanda. Patrick Karegeya nel luglio dell’anno scorso aveva affermato (come fa Nyamwasa) di possedere le prove dell’implicazione di Kagame nel dossier dell’attentato contro l’aereo di Habyarimana nel 1994. In esilio, era diventato un accanito oppositore del regime rwandese. Gli oppositori del presidente lasciano il paese appena si accorgono di essere caduti in disgrazia, perché è troppo pericoloso rimanere. Benché Kigali abbia sempre smentito ogni responsabilità, sono ormai diversi gli ex amici di Kagame vittime di omicidi o tentati omicidi qualche mese soltanto dopo la loro partenza in esilio. Tra questi, Seth Sendashonga, ex ministro degli interni del dopo genocidio, esiliato in Kenya. La stessa sorte era toccata al colonnello Théoneste Lizinde, abbattuto qualche mese prima: aveva disertato da poco i ranghi del Fronte patriottico rwandese (Fpr). Anche a Londra la polizia locale ha messo in guardia due dissidenti che vivono nella capitale britannica.

Nel 2010, il generale Kayumba Nyamwasa, ex capo di stato maggiore dell’esercito, era sopravvissuto a un doppio tentativo di assassinio in Sudafrica. Nyamwasa – uno dei più stretti collaboratori di Kagame e responsabile di grandi massacri in Rwanda ai tempi dell’avanzata del Fronte patriottico rwandese (Fpr), di cui era cofondatore, verso Kigali all’inizio degli anni ’90 – aveva chiesto asilo politico a Pretoria. Nyamwasa è il generale che ha accusato Kagame di essere responsabile dell’abbattimento dell’aereo che la sera del 6 aprile 1994 riportava a casa, da Arusha (Tanzania), il presidente Juvénal Habyarimana. Il suo nome appare tra i 40 ufficiali superiori rwandesi che il giudice spagnolo Fernando Merelles ha accusato, nel 2008, di essere gli autori di crimini, in particolare dell’assassinio di religiosi e operatori umanitari che lavoravano in Rwanda all’epoca.

Kigali, nel dossier Nyamwasa come negli altri, ha sempre negato il suo coinvolgimento. Ma è a tutti evidente, ormai, che Kagame intende eliminare fisicamente tutti gli oppositori. E l’assassinio di Karegeya, se necessario, mostra che il potere del generale Kagame non intende assolutamente operare aperture politiche. Mentre la comunità internazionale fa finta di non vedere, facendosene complice.

Patrick Karegeya non era un oppositore qualunque, bensì una figura centrale dell’intelligence ugandese, prima, e rwandese, poi. Aveva partecipato attivamente all’ascesa al potere dell’etnia tutsi in Uganda, con l’arrivo al potere di Yoweri Museveni (1987), e poi in Rwanda (1994). Il suo nome si mescola con la fine del regno di Mobutu Sese Seko nello Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo), alla guerra panafricana combattuta in Rd Congo (1998-2004) e alla guerra fredda tra Uganda e Rwanda (2002-2011). Con sé nella tomba, Karegeya porta decenni di segreti regionali con tante pagine non scritte sulla realizzazione e il consolidamento del piano di egemonia politico-militare sulla regione dei Grandi Laghi noto come “complotto tutsi”, sostenuto da Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

Partito dall’Uganda. Patrick nasce nel 1960 a Mbarara, città ugandese, da genitori della diaspora rwandese, rifugiatisi in Uganda durante le prime pulizie etniche contro i tutsi da parte di milizie dell’hutupower rwandese. Laureatosi in legge all’Università di Makerere, a Kampala, aderisce al movimento ribelle di Yoweri Museveni, l’Esercito di resistenza nazionale (Nra). Partecipa alla lotta di liberazione dell’Uganda, unendosi alla guerriglia di Museveni composta al 40% da rifugiati tutsi rwandesi, tra i quali Paul Kagame, forte della promessa di Museveni che, giunto al potere, li avrebbe aiutati a ritornare in patria. Con Museveni al potere, Karegeya viene inserito nei servizi segreti dell’esercito ugandese con il grado di tenente. Gli viene affidato il compito di preparare la liberazione del Rwanda dal regime di Habyarimana sotto tutela francese.

Nel Rwanda del dopo genocidio (1994), Kagame nomina Karegeya direttore generale dei servizi segreti delle forze di difesa rwandesi, carica che ricoprirà fino al 2004. In quell’anno si notano le prime incrinature nei rapporti tra i due. Karegeya sembrerebbe giocare in favore dell’Uganda nella disputa che divide i due paesi sul controllo delle immense risorse naturali dell’est del Congo (disputa esplosa nel giugno 2000 con la battaglia di Kisangani, la capitale della provincia orientale dove per una settimana l’esercito ugandese e quello rwandese si sono scontrati senza pietà). Kagame accusa Karegeya di diserzione e insubordinazione. Lo fa arrestare e condannare a 18 mesi di carcere. Nel 2006 in circostanze misteriose, ormai degradato dal rango di colonnello, riesce a fuggire dal paese.

In Sudafrica è raggiunto, nel 2010, dal generale Faustin Kayumba Nyamwasa. Il governo sudafricano accetta la richiesta di asilo politico dei due concedendo loro anche di creare un partito di opposizione in esilio. Il Sudafrica considera, infatti, la politica imperialistica del Rwanda nella regione come un pericolo ai propri interessi economici, soprattutto in Rd Congo dove le sue multinazionali controllano varie miniere d’oro, tra le quali quella di Kibali, il più grande giacimento africano. Karegeya non si stanca di accusare Kagame di essersi trasformato in un dittatore a vita che si mantiene al potere uccidendo i suoi oppositori. Ritiene ormai che l’unico modo per ristabilire la democrazia in Rwanda sia di rovesciare Kagame con la forza.

Che il presidente non tolleri alcuna forma di opposizione o dissenso, lo sa bene anche Victoire Ingabire, l’oppositrice vera che non è fuggita in esilio, ma che in un paese che si vanta di avere ben più del 50% di donne in parlamento, è stata condannata a una pena di 15 anni di prigione dalla Corte suprema di Kigali per “cospirazione” contro l’autorità costituita, terrorismo e negazione del genocidio del 1994. Arrestata appena rientrata in patria dopo 16 anni di esilio in Olanda, la leader delle Forze democratiche unificate (Fdu-Inkingi), che intendeva candidarsi alle presidenziali, è in carcere dall’ottobre 2010.

Karegeya è stato finalmente sepolto in periferia a Johannesburg, sabato 18 gennaio. Alla presenza della famiglia che, mentre accusa Kagame dell’omicidio, vorrebbe saperne un po’ di più del niente che ne avvolge ancora la morte. Inquiete sono anche le parti civili nell’inchiesta francese sull’attentato all’aereo di Habyarimana. Vent’anni dopo i fatti, il giudice d’istruzione francese Marc Trévidic, succeduto a Jean-Louis Bruguyère non ha ancora ricevuto risposta alla sua richiesta di rogatoria per ascoltare Kayuma Nyamwasa.

Intanto, Kagame potrà dormire altri sonni tranquilli, così come del resto il presidente ugandese Museveni, amico ritrovato di Kagame, e quello sudafricano Jacob Zuma che ha le sue tante gatte da pelare. I morti non parlano.

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