A member of the Kenyan Defence Forces stands guard at the Garissa University campus after an attack by Somalia's Al-Qaeda-linked Shebab gunmen in Garissa on April 2, 2015. At least 70 students were massacred when Somalia's Shebab Islamist group attacked a Kenyan university today, the interior minister said, the deadliest attack in the country since US embassy bombings in 1998. AFP PHOTO / CARL DE SOUZA (Photo by CARL DE SOUZA / AFP)

Dopo la liberazione di Silvia Romano molti si sono interrogati sulla situazione della sicurezza in Kenya, in particolare in relazione al gruppo terrorista somalo al-Shabaab che ha tenuto in ostaggio la nostra volontaria e ha trattato il suo rilascio con l’Aise, i servizi di intelligence italiani per l’estero. Al-Shabaab è una formazione jihadista legata ad al Qaeda.

Si è organizzata a partire dal 2006 in seguito all’intervento etiopico che ha scacciato da Mogadiscio le corti islamiche, che in quel momento controllavano e amministravano il paese, e ha facilitato l’insediamento di un governo riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il pericolo di attacchi terroristici è ben noto a chi conosce il Kenya. I miliziani di al-Shabaab conducono frequenti azioni in territorio keniano da quando, nel 2011, l’esercito di Nairobi è intervenuto in Somalia con l’operazione Linda nchi (Proteggiamo il paese, in lingua kiswaili) che si proponeva di prevenire infiltrazioni attraverso il lunghissimo confine con la regione keniana, abitata da popolazione somala.

Già allora erano in atto preoccupanti attività di reclutamento dei giovani, facilitati dalla diffusissima disoccupazione e dalla pervasiva percezione di essere emarginati dalle politiche di sviluppo del governo di Nairobi. L’esercito del Kenya opera ancora in territorio somalo. Dal 2013 è parte della forza di pace dell’Unione Africana (Amisom) ma periodicamente si accende il dibattito sull’opportunità della sua partecipazione alle operazioni di peacekeeping che ha aumentato, piuttosto che diminuire, il pericolo terroristico nel paese.

I miliziani di al-Shabaab hanno condotto in Kenya alcuni dei loro più sanguinosi attentati. Tre sono particolarmente conosciuti per la loro efferatezza e per il numero delle vittime: l’attacco al centro commerciale Westgate nel settembre del 2013 (67 morti accertati) e al complesso alberghiero Dusit D2 (21 morti e una ventina di feriti) nel gennaio del 2019, entrambi nei quartieri bene di Nairobi, e quello all’università di Garissa (148 morti e 79 feriti) nell’aprile del 2015. Ma in alcune zone le azioni terroristiche sono un pericolo costante.

Sono così frequenti che ormai vengono segnalate solo nelle pagine della cronaca dei giornali del paese. Il Daily Nation, il più diffuso in Kenya, in un articolo pubblicato l’1 marzo scorso, ne elenca 16, condotte nei primi due mesi dell’anno che hanno provocato una ventina di morti; tutti nelle contee di Mandera, Garissa, Wajir e Lamu che confinano con la Somalia. Gli ultimi episodi sono dei giorni scorsi. Il 16 maggio al-Shabaab ha dichiarato di aver distrutto due basi militari e un ripetitore della maggior compagnia telefonica del paese, la Safaricom, nella località di Khorof Kharar, contea di Wajir.

Attacchi alla scuola

Il settore più preso di mira è quello della scuola. Numerose sono state le vittime tra gli insegnanti anche quest’anno, tanto che la commissione che gestisce le risorse umane per conto del ministero dell’educazione (Teachers service commission) ha deciso di trasferire per ragioni di sicurezza tutti quelli che provenivano da altre regioni del paese, 2.340 persone.

L’obiettivo dei terroristi è chiaro: costringere le famiglie a mandare i figli alle madrassa, le scuole coraniche, in modo da garantire il diffondersi di una cultura improntata ad un islam radicale, quello a cui loro si ispirano e che vorrebbero imporre alla popolazione.

Nonostante l’attivismo del gruppo terroristico, la situazione della sicurezza nel paese sta lentamente migliorando, anche nelle regioni più a rischio. L’approccio al problema del governo, all’inizio improntato esclusivamente ad una repressione di tipo militare, sta cambiando verso un controllo che coinvolge la popolazione stessa e questo ha costretto anche al-Shabaab a cambiare le proprie modalità di movimento e reclutamento.

Controllo del territorio

All’indomani dell’attacco al Westgate è stata avviata dal ministero dell’Interno l’iniziativa nyumba kumi (dieci case) una strategia di controllo del territorio che si avvale dei vincoli di buon vicinato. In sostanza, si chiede alla gente, tra l’altro, di responsabilizzarsi rispetto alla predicazione di certi imam e all’arrivo di nuovi vicini, in particolare se fomentano il risentimento e se radunano i giovani senza uno scopo dichiarabile, oltre che osservare se qualcuno abbandona la famiglia improvvisamente e senza dare spiegazioni.

Sono segnali riconosciuti dell’azione di radicalizzazione e di reclutamento di nuovi militanti, da far passare in Somalia per l’addestramento e da rimandare poi in Kenya – dove potranno muoversi liberamente perché cittadini del paese – per organizzare azioni terroristiche e reclutare altri miliziani.

Inoltre, le autorità competenti intervengono sempre più spesso con chi fa affari con i terroristi che in Kenya si finanziano con il contrabbando di beni diversi, ma soprattutto di zucchero che arriva dal Brasile sulle coste somale controllate da al-Shabaab che poi si incarica di trasportarlo attraverso il confine e di affidarlo a grossisti e commercianti compiacenti, spesso parte della rete di sostenitori più o meno insospettabili.

Il contrabbando dello zucchero, iniziato fin dai tempi della caduta del governo di Siad Barre in Somalia (1991), ha favorito la formazione di un gruppo di miliardari, in genere keniani di etnia somala, con protezioni politiche e collusioni con il gruppo terroristico. Le operazioni di sequestro sono frequenti. Nei giorni scorsi sono stati sequestrati beni per un valore di 22.500 dollari destinati ad un negozio di Garissa e sono state arrestate 5 persone.

Il dialogo interreligioso

Anche la società civile si è molto impegnata nel contrastare la radicalizzazione dei giovani e nel facilitare la pacifica convivenza dei diversi gruppi etnici e le differenti religioni. La diocesi di Mombasa, ad esempio, ha una commissione per il dialogo interreligioso (IRD Commission) che è tra i fondatori del Consiglio dei leader delle religioni della costa (Coast interfaith council of clerics – Cicc). Le due organizzazioni lavorano per la formazione dei fedeli delle diverse religioni alla conoscenza e tolleranza reciproche, alla preparazione dei quadri religiosi per affrontare le sfide poste dalla penetrazione delle ideologie radicali.

I leader religiosi musulmani sono in prima linea anche nella riabilitazione dei giovani che si dissociano da al-Shabaab. Secondo fratel Wilybard Lagho (nell’audio sotto la sua testimonianza), vicario generale dell’arcidiocesi di Mombasa e da anni impegnato nel dialogo interreligioso, ora il 30% dei giovani che si uniscono ad al-Shabaab decidono poi di dissociarsi. Fino a poco tempo fa chi ritornava veniva arrestato e veniva rifiutato dalla famiglie e dalla comunità di appartenenza.

Il numero di chi si dissocia è molto aumentato da quando è partita un‘azione di riabilitazione, anche attraverso una conoscenza autentica del corano, facilitata dagli imam partecipanti al Cicc che si incaricano di essere loro garanti presso le famiglia e le comunità. Forse non è un caso se nella contea di Mombasa gli attacchi terroristici, un tempo frequenti, sono quasi scomparsi da qualche anno.

E’ dunque ora molto più difficile per al-Shabaab reclutare nuovi membri tra i giovani con i metodi del contatto diretto usati fino a qualche anno fa. Ora anche in Kenya il mezzo principale di radicalizzazione sono i social media, come, pare nel resto del mondo. Per questo il gruppo cerca nuovi adepti. Ricerche recenti notano un legame sempre più frequente con criminali comuni, non necessariamente musulmani, reclutati nelle carceri e non solo, in cambio di servizi, come, ad esempio, il pagamento di avvocati compiacenti.

Insomma, la vicenda di Silvia Romano, che è stata l’occasione di questo approfondimento, diventa molto più facilmente leggibile alla luce dell’evoluzione dei problemi di sicurezza in Kenya, e in particolare nella regione costiera, dove la nostra volontaria è stata rapita. Lavorare e vivere nel paese è possibile, interessante e anche sicuro, ma bisogna conoscere molto bene il contesto per non essere vittime di atti prevedibili ed evitabili se si attivano le misure di sicurezza necessarie.

Tra queste di grande importanza sono i rapporti con le istituzioni e le organizzazioni della società civile locali, impegnate nel rafforzare le reti sul territorio che sole permettono di operare per lo sviluppo umano ed economico del paese.