Il presidente uscente Christian Kaboré cerca la rielezione (Twitter)

Le elezioni politiche e presidenziali del 22 novembre si svolgeranno in un clima deleterio sul piano sociopolitico e della sicurezza. Dal 2015, gli attacchi del terrorismo jihadista hanno causato 1.100 morti e più di un milione di profughi. E non si sono fermati nemmeno nelle scorse settimane. Assediate dai gruppi armati, molte località del nord e dell’est non sono accessibili.

La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) afferma che 1.619 villaggi (su 9.299), di cui 22 comuni, non sono stati raggiunti dalle operazioni di iscrizione alle liste elettorali, conclusesi a luglio. Per capirci, nei 22 comuni, gli aventi diritto al voto sono 417mila, secondo l’Istituto nazionale di statistica. Ma la Ceni sdrammatizza affermando che ogni comune possiede un fascicolo con i dati di ogni elettore e quindi il voto è possibile…

Verosimilmente e per la prima volta, migliaia di cittadini non potranno esercitare il diritto di voto (nel maggio del 2021 ci saranno le elezioni municipali) e ciò indebolirà la legittimità degli eletti, come sottolinea un rapporto dello scorso agosto, curato da un gruppo di esperti denominato Appel de Manéga. Secondo il rapporto, potrebbe ingenerarsi un «grave» problema di sovranità e di territorialità, poiché senza eletti locali né rappresentanti dello stato alcune aree saranno di fatto concesse ai terroristi.

Al 18 novembre ci sono gravi minacce in 15 comuni. Non sarà quindi possibile tenere le elezioni in queste località dove gli hani (uomini armati non identificati) hanno minacciato di tagliare le dita a chi voterà. In generale è importante che il dispositivo di sicurezza schierato per le votazioni rimanga anche dopo lo scrutinio.

Candidati

Coloro che potranno votare dovranno scegliere se riconfermare il presidente uscente Christian Kaboré e il suo partito, il Movimento del popolo per il progresso, oppure dare fiducia a Zéphirin Diabré, presidente del principale partito di opposizione, l’Unione per il progresso e in cambiamento. Già nel 2015 Diabré, politico di lungo corso, aveva ottenuto il 30% dei consensi nel 2015, piazzandosi al secondo posto dietro Kaboré. Naturalmente ha incentrato la campagna elettorale sugli insuccessi securitari ed economici del presidente Kaboré.

Un terzo candidato outsider è l’ex primo ministro Isaac Zida, conosciuto per il ruolo avuto nel governo di transizione 2014-2015. È sostenuto dal Movimento patriottico per la salvezza, ma ha un piccolo problema: è in esilio in Canada dal 2016 (pende su di lui un mandato di cattura per fatti relativi alla caduta di Compaoré nel 2014), ma ha assicurato che sarebbe rientrato per la campagna elettorale.

Citiamo altre tre personalità che scendono in lizza, nessuno di primo pelo: l’ex primo ministro Kadré Désiré Ouédraogo; Gilbert Noël Ouédraogo, candidato dell’Alleanza per la democrazia; e il presidente del Congresso per la democrazia e il progresso, Eddie Komboïgo.

Non c’è un sentire comune

Oltre alla crisi securitaria, è la riconciliazione nazionale a essere considerata un’urgenza: lo sostengono i politici e le organizzazioni della società civile, i capi tradizionali e i leader religiosi. Sono trascorsi sei anni dalle manifestazioni che impedirono al presidente Blaise Compaoré di modificare la Costituzione e di ripresentarsi per un ennesimo mandato presidenziale.

I moti di piazza del 30-31 ottobre 2014 posero fine al regime di Compaoré (al potere dal 1987), ma numerosi dossier rimangono ancora aperti. Tra questi, il ritorno degli «esiliati politici» e una contrizione pubblica sia degli uomini del regime Compaoré sia degli attori dell’insurrezione sia degli autori del fallito colpo di stato del settembre 2015 contro il governo di transizione.

Ma l’opinione pubblica è divisa. C’è chi vuole che la giustizia faccia il suo corso e non si accontenta di pubbliche scuse. E molti hanno accolto con soddisfazione le condanne dei due generali, Gilbert Diendéré e Djibril Bassolé, responsabili del tentato golpe del 2015.

Mentre altri chiedono che la giustizia si pronunci sui membri dell’ultimo governo Compaoré, che usarono la mano pesante contro chi manifestava il dissenso ancora prima dei fatti del 2014. Da rilevare che in Burkina Faso è attivo l’Alto consiglio per la riconciliazione e l’unità nazionale, ma nonostante gli sforzi sono oltre seimila i dossier politico-giudiziari ancora da risolvere.

A questo si aggiunga che in alcune aree, in particolare nella regione di Gulmu, sono in crisi anche i capi tradizionali – due “re” autoproclamati vogliono governare lo stesso territorio – che certo non contano più come un tempo ma che ancora giocano un ruolo nei processi di pace e riconciliazione. Anche la comunità musulmana contribuisce all’instabilità, in quanto due capi si stanno disputando la leadership senza esclusione di colpi.

Che cosa può accadere, dunque, se anche coloro che sono garanti dei valori della coesione e della pace sono divisi? Anche costoro vanno ad alimentare l’incertezza che tormenta gli animi mentre ci si avvicina alla scadenza elettorale.

Non meraviglia dunque che, in assenza di una società concorde e di un dialogo inclusivo, ci siano realtà della società civile che pensano sia inopportuno tenere le elezioni. «Ne va della sicurezza e della vita degli elettori», sostiene la Coalizione per la democrazia e la riconciliazione nazionale.

Le condizioni per elezioni trasparenti sono comunque generalmente soddisfatte. Il codice elettorale è stato modificato in modo consensuale e i risultati dello spoglio ai seggi saranno inviati immediatamente a tutti i rappresentanti dei partiti politici (opposizione e maggioranza). La loro pubblicazione risultati sarà effettuata istantaneamente sulla stampa audiovisiva.

In questo contesto le elezioni non saranno perfette, ma è importante che si svolgano per garantire la continuità dello stato di diritto, la legittimità delle istituzioni e per non aggiungere altre crisi a quelle già esistenti. Il voto è, insomma, un prerequisito per poter lottare contro l’insicurezza e costruire pace e coesione.