Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi s’immolava con il fuoco per le strade di Sidi Bouzid, nella zona centro occidentale della Tunisia, a causa della mancanza di lavoro, dando inizio a una stagione che ha cambiato il volto di una parte del Nordafrica. Aziz Krichen, intellettuale tunisino e studioso della transizione democratica, economista e sociologo di formazione, ritorna sulle cause profonde della rivoluzione che ha dato il via alle cosiddette “Primavere arabe”.

L’autore dei saggi La promessa della primavera e L’altro cammino (Script Edition), che analizzano da vicino questo processo storico, ha vissuto il 2011 anche come una liberazione personale. Oppositore politico in esilio in Italia negli anni ’80 per fuggire alla dittatura, è stato perseguitato e arrestato prima sotto Bourguiba e poi sotto Ben Ali. L’intellettuale tunisino è stato nominato consigliere della presidenza della Repubblica nel 2012, carica da cui si è dimesso due anni dopo.

Aziz Krichen, considera la rivoluzione tunisina come una stagione terminata o come un processo storico appena iniziato?

Dieci anni fa i giovani hanno giocato un ruolo molto importante nei sollevamenti popolari. E si sa, a volte i giovani sono impazienti. Hanno creduto che una volta caduto Zine el-Abidine Ben Ali i problemi si sarebbero risolti, ma non è stato così. Hanno imparato che caduta la testa del regime rimane il corpo. Quello che intendo è che dieci anni fa è iniziato un processo storico e, come si sa, la storia ha bisogno di fare il suo corso.

Si è aperta una fase a lungo termine: non possiamo ancora, dieci anni dopo, fare un bilancio della rivoluzione perché è ancora in corso. All’epoca abbiamo solo assistito alle prove generali che hanno permesso di realizzare piccoli obiettivi, specialmente riguardo a diritti civili. Ma la questione sociale e quella economica non sono mai state affrontate e la situazione di oggi è peggio di quella di ieri, come prova la nuova ondata di manifestazioni a cui stiamo assistendo nel paese.

Come valuta la narrazione che viene fatta di questa rivoluzione?

La narrazione che è stata fatta di questo momento storico spesso serve l’immagine di cui l’Occidente, e in particolar modo l’Europa, ha bisogno e cioè quella di un successo democratico, di un paese stabile e realizzato. Ma alla comunità internazionale oggi non interessa che le rivendicazioni dei tunisini siano ascoltate o meno, ma piuttosto che venga creata una zona di libero scambio delle merci attraverso l’approvazione dell’Aleca (l’Accordo di libero scambio completo e approfondito con l’Ue).

Perché oggi assistiamo a nuove manifestazioni? Il potere d’acquisto di un tunisino medio è diminuito del 50% rispetto a dieci anni fa. Le condizioni economiche della popolazione sono due volte peggio. Di questo, però, non si parla: la narrazione dei problemi del paese si limita a migrazione e terrorismo. Da un lato viene narrata la Tunisia come l’eccezione, l’unica democrazia in una regione in cui hanno trionfato i regimi. Dall’altro, il paese viene considerato un covo di migranti e terroristi. I problemi profondi vanno al di là di tutto questo, e per comprenderli l’Europa deve smettere di proiettare sulla Tunisia l’immagine che vuole vedere.

Cosa resta da fare, dieci anni dopo?

Ricordo che abbiamo una Costituzione dal 2014, ma continuiamo ad aspettare una Corte costituzionale. Attendiamo ancora i risultati della giustizia di transizione, ormai quasi dimenticata dagli stessi media tunisini. Poi abbiamo una classe politica che ha perso la bussola. Le questioni da affrontare sono chiare a tutti e riguardano una crisi economica e sociale senza precedenti. Per affrontarla la Tunisia ha urgente bisogno di buona politica, di uomini e donne capaci di avere una visione a lungo termine e il coraggio di prendere decisioni contro corrente.

I dirigenti attuali, invece, sono stati formati per applicare le ricette preconfezionate del neoliberalismo: così lo Stato pian piano si ritira e subentra il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale. Le ragioni profonde del cambiamento che chiedeva la generazione del 2011 sono ancora tutte qui. Citerò Gramsci: mentre il nuovo tarda ad arrivare e il vecchio a scomparire, ci ritroviamo incastrati tra due momenti storici. Ed è proprio qui che nascono i mostri.

Che cosa rischia il paese in questo momento storico così complesso, ulteriormente aggravato dalla crisi economica dovuta alla pandemia?

Mentre la situazione si fa sempre più grave, rischiamo indubbiamente un ritorno al passato. Ciò che ci salva dall’autoritarismo è che in Tunisia, dieci anni dopo la caduta del regime di Ben Ali, non esiste una forza politica capace di farlo. La scena politica è frammentata e i partiti sono deboli, nessuno ha la forza né la legittimità necessaria per imporsi sugli altri. C’è poi un secondo rischio che viene da fuori: all’Europa, che vuole Stati stabili alla frontiera, fa certamente comodo un paese tenuto con il pugno di ferro come per esempio l’Egitto.

Ma anche le grandi potenze internazionale che hanno l’abitudine di interferire negli affari del sud del mondo sono in difficoltà (basta pensare agli Stati Uniti). Questo ha lasciato il campo libero alle forze regionali come gli stati del Golfo o la Turchia. Il miracolo tunisino perdura per tutte queste ragioni ma è fragile, molto fragile.

Per le strade del paese si continua a manifestare. Nelle ultime settimane assistiamo a nuove proteste in Tunisia. Cosa è cambiato?

I movimenti sociali che agitano il paese dieci anni dopo la rivoluzione non chiedono più semplicemente la testa del dittatore, ma elaborano richieste più articolate e complesse: più giustizia sociale, meno disuguaglianze territoriali, redistribuzione. Sono pretese in qualche modo universali. La prova? La rivoluzione ha avuto inizio in Tunisia per poi espandersi in tutta la regione.

Vuol dire che abbiamo modelli politici ed economici simili e rifiutati da una parte della popolazione. Ricordo che nel 2011 gli slogan tunisini e addirittura il nostro inno ha fatto il giro del mondo arabo. Le poesie tunisine sono state recitate in tante capitali del Medioriente. I popoli reclamano il loro diritto a condizioni di vita degne, alla libertà e all’indipendenza. Da allora ci sono stati piccoli cambiamenti e solo per questo resto ottimista.

Nel 2019 abbiamo assistito a una nuova ondata di rivolte in Iraq, Libano, Algeria, Sudan. Cosa accomuna i movimenti di protesta in Tunisia a quelli del resto del mondo arabo?

Con tutte le loro specificità, gli Stati che si sono rivoltati si assomigliano: sono tutti guidati da un’oligarchia intesa come un piccolo gruppo minoritario per ragioni sociali, economiche o confessionali. Questo gruppo di possidenti, possiamo quasi definirli azionari, sono evoluti in un sistema economico chiuso, in situazione di totale monopolio. Si sono arricchiti con la benedizione delle istituzioni finanziarie internazionali, a discapito di una maggioranza condannata alla precarietà.

Questo sistema non può resistere a lungo, è condannato al fallimento. In Tunisia questa frattura si traduce in un divario territoriale: da una parte la capitale e le città benestanti della costa, dall’altra le periferie e le regioni interne e meridionali. Sono due Tunisie allo specchio. La differenza è così amplia da poter esser considerata quasi etnica! Un cittadino del centro di Tunisi quando viaggia nell’entroterra ha la sensazione di trovarsi in un altro paese. Sono due umanità che si scontrano l’una con l’altra.

Quindi considera la questione economica centrale per comprendere questa fase storica?

Sì, credo che la questione economica sia la lente attraverso cui leggere queste crisi. Come scrivo nel mio ultimo libro L’altro cammino, prendiamo un esempio concreto: nel 2016 il parlamento ha votato una legge che vieta alla Banca centrale tunisina di prestare soldi allo Stato. Quando lo Stato ha bisogno di soldi li prende in prestito dall’estero o dalle banche private. Quando l’Ue o il Fmi concedono un prestito alla Tunisia, questo passa tramite Bruxelles o Washington e poi arriva nelle mani della Banca centrale del paese, che lo presta a sua volta a quelle private con un tasso di interesse intorno al 4%.

Queste banche private lo concedono poi allo Stato con un tasso di interesse più alto, del 7-8%. In Tunisia ci sono 26 banche private, più che in Italia o in Francia. È proprio a capo di questi istituti che troviamo oggi le potenti famiglie tunisine. Questo vuol dire che la nostra oligarchia ha interesse a vedere il paese indebitarsi perché è così che guadagna. Siamo tenuti in ostaggio dal debito, mentre il Fondo monetario internazionale ci concede prestiti solo in cambio di riforme che non favoriscono la redistribuzione. È un cane che si morde la coda, un sistema di predazione.