Cala il sipario su Dakar, rimangono le polemiche
Si è chiuso il Forum sociale mondiale di Dakar. Una settimana che ha visto tra gli stand senegalesi l’esplosione della società civile africana. La disorganizzazione generale, tuttavia, ha messo in allarme gli organizzatori, che esprimono qualche dubbio per il futuro del Forum in Africa. Nel frattempo, il coordinatore del Social forum africano lancia la proposta: il prossimo appuntamento si faccia nell’Europa del Sud.

Si è aperto con il successo della rivoluzione tunisina. Si chiude con il boato che accoglie l’annuncio delle dimissioni di Hosni Mubarak, in Egitto.
Il Forum sociale mondiale di Dakar (Senegal) abbassa le serrande. Sul viale dell’università, che domenica scorsa accolse 50 mila partecipanti alla marcia d’apertura (“la più grande manifestazione di piazza della storia senegalese, dai tempi dell’indipendenza, di 50 anni fa”, secondo gli organizzatori), sono rimasti in pochi ad ascoltare le  parole “rivoluzionarie” scandite con retorica “altro mondista” dai dirigenti del Social forum.

Poche migliaia di persone, per lo più stanche, hanno applaudito flebilmente al tradizionale vocabolario di fine  kermesse. Le parole più gettonate, che appaiono come la trinità diabolica dei rivoluzionari utopici, sono le stesse di sempre: “neoliberismo”, “imperialismo”, “capitalismo”. Per i dirigenti che si sono succeduti sul palco, la rivoluzione egiziana non ha un colore. “Non è né verde, né arancione. E’ una vittoria anticapitalistica, visto che il popolo di quel paese si è espresso contro i paesi occidentali che hanno sostenuto il regime di Mubarak”.

Dal palco si è gridato affinché altri paesi, africani in particolare, prendano esempio dalla mobilitazione egiziana. Anche se le dimissioni dell’ex faraone sono solo un primo passo. “E’ il regime che deve cadere”.
 

Gli unici fischi arrivati dal “popolo”, accaldato sotto il palco, sono arrivati quando, per cortesia istituzionale e non solo, è stato ringraziato Abdulaye Wade, presidente senegalese, per il sostegno dato al Forum. Poco apprezzato quel nome: sia perché ritenuto tra gli storici ras nepotistici africani e sia perché pochi credono che i disagi organizzativi vissuti dai partecipanti al Forum, in questa settimana, non siano dipesi minimamente anche dal governo.

Ma al di là delle difficoltà logistiche, la società civile africana ha dimostrato una vitalità disarmante. Si sono visti pullman arrivare dal Ghana pieni di donne che bivaccavano nei sedili. Sono arrivati caravan dalla Mauritania, Mali, Niger, Marocco, Guinea Bissau, Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria, Benin, Togo, Camerun, Guinea, Burkina Faso. E’ stato davvero il primo Forum africano. “A Bamako, nel 2006, è stata la prova”, hanno annunciato dal palco, “Nairobi, nel 2007, è stata la sfida. Dakar 2011 ha rappresentato la maturità del movimento organizzato africano”.

Una settimana con quasi mille workshop, nei quali i temi dominanti sono stati: migranti e diritti; il movimento delle donne; il fenomeno del landgrabbing; le terre vendute ai paesi stranieri; i grandi temi ambientali, dall’acqua al surriscaldamento globale, fino ai danni delle nuove tecnologie.

Un entusiasmo palpabile che non può, tuttavia, mettere sotto il tappeto i grandi problemi che questo Forum ha evidenziato. Infatti, nonostante le dichiarazioni alla camomilla dei massimi dirigenti del movimento, Dakar rischia di far deragliare la strada del Forum verso l’Africa. Le conclusioni fatiscenti cui si è giunti in questa settimana, colpa soprattutto del caos generalizzato che ha avvolto l’evento, interrogano il vertice internazionale del Forum: ha senso tutto questo? Ha senso non presentare proposte articolate e complesse che mostrino la ricchezza delle idee che questo popolo “rivoluzionario” possiede? Un’impossibilità, questa, dovuta davvero in gran parte a un’organizzazione che ha mostrato falle da tutte le parti.

Il tunisino Taoufik Ben Abdallah, il gran maître dell’appuntamento senegalese, respinge al mittente le accuse. Nonostante non neghi l’evidenza. In un’intervista a Nigrizia, che uscirà integralmente nel numero di marzo, il coordinatore africano del Forum sottolinea che le difficoltà, che ci sono state, non sono state superiori a quelle di altri Forum. “A Bélem, ad esempio, non c’erano i traduttori, che invece qui hanno ben lavorato”.
 
Ricorda, poi, che il Forum è diventato più forte in questi anni proprio perché ci sono le energie africane che lo animano e lo rendono più utile. E che questo evento senegalese è avvenuto nel contesto delle rivoluzioni tunisine ed egiziane che “sono da stimolo per l’intera Africa affinché prenda in mano il proprio destino”.

Nega che Wade e il suo governo abbiano in qualche modo boicottato il Forum. Anzi, lo hanno pure finanziato. Se difficoltà ci sono state, sono scoppiate tutte all’interno dell’università, con il nuovo rettore. Delle 200 sale promesse inizialmente, solo una quarantina si sono rivelate disponibili per le attività del Forum.

Per quanto riguarda, poi, il buco di bilancio della manifestazione, Taoufik Ben Abdallah non si mostra preoccupato: “Avevamo previsto un costo preventivo di oltre 4 milioni di euro. Alla fine, il Forum costerà un milione e 600 mila euro. Al momento non copriamo tutta la spesa. Ma la differenza non è molta”.

Ma la notizia, forse, più importante dell’intervista a Nigrizia riguarda il futuro del Forum e la sua prossima sede. “Molti di noi ritengono che il Forum debba tener conto maggiormente delle novità geopolitiche. A me non dispiacerebbe che si comincino a prevedere degli appuntamenti in Europa. Tanto più che l’Europa del Sud vive oggi una situazione economica e sociale che la rende assai simile a quella vissuta dai paesi del sud. Il Forum in Europa dovrebbe avvenire, tuttavia, a una condizione: deve essere co-organizzato coi movimenti del sud. Affinché non si cada nuovamente in certe derive conosciute in passato”.