Alla fine è arrivata la condanna per Ahmed Samir Santawy, ricercatore e studente egiziano, arrestato subito dopo il suo rientro in patria il 7 febbraio scorso. Un tribunale d’emergenza egiziano lo ha condannato a quattro anni di carcere per «pubblicazione di notizie false».

Ahmad Samir stava facendo un master in ricerca presso la Central European University di Vienna sui diritti alla salute riproduttiva delle donne. Al momento dell’arresto le autorità non avevano fornito ragioni esatte del fermo, accusandolo di «diffondere false informazioni» e «di appartenere a un’organizzazione terroristica», accuse spesso utilizzate contro attivisti politici e difensori dei diritti umani in Egitto.

«Lo Stato della Corte di sicurezza di emergenza ha condannato Ahmed Samir a quattro anni di reclusione e a una multa di 500 lire egiziane (circa 27 euro) per diffusione di informazioni false», il commento della Commissione egiziana per i diritti e la libertà (Ecrf).

Tale sentenza «non può essere oggetto di ricorso secondo la legge dello stato di emergenza», in vigore dal 2017 in Egitto, precisa in una nota l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione (Afte), altra ong egiziana che si occupa di diritti umani.

Ad aprile, 72 ong egiziane e internazionali, tra cui Amnesty International, avevano invitato le autorità egiziane a rilasciare lo studente «immediatamente e senza condizioni», indicando che era stato «picchiato in prigione».

 

E sulla sentenza di ieri è nuovamente intervenuto Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medioriente e il Nordafrica di Amnesty International: «È uno scandalo. Una condanna a quattro anni per aver pubblicato post sulle violazioni dei diritti umani nelle prigioni egiziane e sulla cattiva gestione governativa della pandemia da Covid-19.

Post che peraltro Ahmed nega di aver scritto», ha dichiarato, commentando, poi, come «le sentenze dei tribunali d’emergenza non possano essere sottoposte a ricorso in appello e diventino definitive dopo l’approvazione del presidente. Per tale ragione chiediamo ad al-Sisi di annullare questa ingiusta condanna. Ahmed Samir Santawy dev’essere rilasciato immediatamente e senza condizioni», ha concluso Luther.

Ahmed Samir Santawy era stato arbitrariamente arrestato il 1° febbraio 2021 dall’Agenzia per la sicurezza nazionale, poco dopo essere arrivato da Vienna. Durante cinque giorni di sparizione forzata era stato interrogato circa i suoi lavori accademici sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

Il 6 febbraio era comparso di fronte alla Procura suprema per la sicurezza dello stato e interrogato su fatti di terrorismo, sulla base di indagini segrete condotte dall’Agenzia per la sicurezza nazionale i cui atti non sono mai stati esaminati dai suoi avvocati. Da allora, per questa inchiesta, era in stato di detenzione preventiva. 

Nel frattempo, il 22 maggio la Procura aveva aperto una nuova inchiesta su presunti post pubblicati da Ahmed Samir Santawy e aveva disposto il suo rinvio a giudizio con l’accusa di «pubblicazione di notizie false allo scopo di minacciare lo stato, gli interessi nazionali e l’ordine pubblico e di seminare panico tra la popolazione».

Secondo Mohammed Lotfy, direttore esecutivo della Commissione egiziana per i diritti e le libertà – che sta fornendo assistenza legale allo studente – durante la sua sparizione forzata Ahmed sarebbe stato picchiato al volto e allo stomaco. «Abbiamo presentato una richiesta alla Procura suprema per la sicurezza di stato per poter svolgere un esame medico che certifichi l’entità di queste torture, ma finora non abbiamo ottenuto risposte».

Dall’ascesa al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi, nel 2014, le autorità egiziane conducono una spietata repressione contro tutti i tipi di opposizione, sia islamica sia liberale.

Come Ahmed Samir, anche Patrick Zaki, altro ricercatore sulle questioni di genere e membro dell’Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr), è in stato di detenzione dall’inizio del 2020, quando è stato arrestato per “terrorismo” al suo ritorno dall’Italia, dove studiava. Una dozzina di ricercatori sono in carcere in Egitto per il loro lavoro, secondo Afte.

Nel febbraio scorso Nigrizia ha raccontato la storia di Ahmed Samir Santawy intervistando amici e dirigenti delle associazioni a difesa dei diritti dell’uomo.

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