Ahmed Samir Santawy

Ad un anno dalla detenzione di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato subito dopo il suo rientro in patria il 7 febbraio 2020, un altro giovane allievo di un’università europea, Ahmed Samir Santawy, si trova in stato di fermo preventivo con l’accusa di appartenere ad un’organizzazione terroristica e di pubblicare e diffondere informazioni false attraverso i social media.

Iscritto al secondo anno di sociologia e antropologia presso l’Università Centrale Europea di Vienna, Ahmed è rientrato in Egitto il 15 dicembre per trascorrere in famiglia la pausa invernale dagli studi e sarebbe dovuto rientrare in Austria l’8 febbraio.

«Al suo arrivo all’aeroporto di Sharm el-Sheikh, Ahmed è stato interrogato dalla polizia aeroportuale. È possibile che avessero alcune informazioni su di lui, ma sul momento le autorità hanno preferito lasciarlo andare» dice Rawda, un’amica di Ahmed, la quale è stata tra le prime persone a diffondere la notizia del suo arresto.

Al suo rientro in Egitto – prosegue Rawda – Ahmed ha trascorso un periodo di vacanza nel sud della penisola del Sinai. «Non vedeva l’ora di sentire il calore delle temperature egiziane e di poter bere un tè o un caffè con gli amici in uno dei tanti ahwa del paese. Soffriva terribilmente la lontananza dall’Egitto dopo un anno e mezzo all’estero.

Il 23 gennaio, quando si trovava ancora a Dahab, diversi poliziotti hanno fatto irruzione in piena notte nella casa dei suoi familiari, al Cairo, hanno sequestrato le registrazioni delle videocamere di sorveglianza dell’edificio e hanno riferito ai genitori di comunicargli che si sarebbe dovuto presentare alla stazione di polizia del Quinto Distretto». Il 30 gennaio, lo studente si è così recato alla stazione di polizia, ma una volta lì gli sarebbe stato detto di ritornare dopo due giorni.

L’1 febbraio Ahmed si è recato nuovamente in commissariato, ma da quel momento se ne sono perse le tracce. Il padre, che lo aveva accompagnato e lo attendeva all’esterno della struttura, non l’ha mai visto uscire da lì e per sei giorni nessuno ha più saputo nulla.

Ahmed sarebbe stato trasferito presso la sede centrale della Sicurezza nazionale, situata nel quartiere dell’Abbaseyya, il 4 febbraio ma solo il 6 febbraio la sua presenza nell’edificio è stata confermata in due comunicati diffusi dall’Associazione per la libertà di pensiero e d’espressione (Afte) e dal Fronte egiziano per i diritti umani (Efhr).

«Durante la sua sparizione forzata, Ahmed è stato picchiato al volto e allo stomaco» riferisce Mohammed Lotfy, direttore esecutivo della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, la quale sta fornendo assistenza legale allo studente tramite un suo avvocato. «Abbiamo presentato una richiesta alla Procura suprema per la sicurezza di stato per poter svolgere un esame medico che certifichi l’entità di queste torture, ma finora non abbiamo ottenuto risposte».

L’avvocato dell’organizzazione, che insieme ai colleghi di altre associazioni ha assistito all’udienza del 6 febbraio presso gli uffici della procura, non ha potuto interloquire con Ahmed dal momento che questi incontri, specialmente all’inizio, durano appena pochi minuti e prevedono regole molto stringenti che impediscono ai legali di comunicare con i propri assistiti.

«Le prove principali della procura consistono in alcuni screenshot di un account Facebook che gli investigatori ritengono appartenga ad Ahmed, sebbene lo studente abbia respinto le accuse sostenendo che quello non sia il suo profilo» ha riferito l’avvocato. Anche i rapporti dell’Afte e dell’Efhr confermano l’utilizzo degli screenshot come prova accusatoria, nonché il ricorso alle torture durante i primissimi giorni di detenzione.

Il suo fascicolo è stato inserito all’interno di un procedimento investigativo più ampio (n°65/2021), dove sono indagate altre persone, tra cui i giornalisti Ahmed Khalifa, Shaima Sami, e l’attivista Nermin Hussein.

Quest’ultima continua ad entrare ed uscire dal carcere sin dal 2016, secondo una procedura nota come tadweer che consente alla procura di emanare nuovi capi d’accusa – spesso senza alcuna prova – contro gli indagati e le indagate per impedire loro di lasciare il carcere, in completa violazione delle norme di legge.

Attualmente, Ahmed è rinchiuso nel carcere di Tora, al Cairo, dove rimarrà per almeno 15 giorni in attesa di un nuovo incontro con il procuratore che dovrà decidere se liberarlo o prolungare la detenzione preventiva.

«Ahmed si è sempre battuto affinché potesse esprimere le proprie idee ed esercitare la sua libertà d’espressione, elementi imprescindibili invocati dalla popolazione egiziana durante la rivoluzione del 2011» ricorda Rawda. «Come moltissimi altri egiziani, anche lui si trova in carcere per crimini che non ha commesso e su cui pesano elementi accusatori vaghi che ruotano attorno ad alcuni screenshot di un suo presunto account social. Questo la dice lunga sulla facilità con cui le autorità egiziane violano i nostri diritti».

La notizia dell’arresto di Ahmed ha suscitato una forte mobilitazione civica. Il rettore dell’Università Centrale Europea, Michael Ignatieff, ha diffuso un comunicato il 4 febbraio in cui ha chiesto la liberazione dello studente. Analogamente, l’Associazione europea degli antropologi sociali ha espresso profonda preoccupazione per quanto accaduto e ha esortato le autorità a prendere tutte le misure necessarie per liberare al più presto Ahmed.

Il 12 febbraio otto organizzazioni della società civile egiziana hanno firmato un appello in cui hanno chiesto la liberazione dello studente per mancanza di prove. È stata inoltre creata una pagina Facebook “Free Ahmed Samir”, sulla scia di altre simili iniziative adottate in passato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle detenzioni illegali in Egitto, in cui è possibile ricevere aggiornamenti sul caso.

«Al momento – afferma Rawda – ciò che possiamo fare è coinvolgere il massimo numero possibile di organizzazioni per i diritti umani, ma stiamo cercando di contattare anche alcuni rappresentanti politici a Vienna, Bruxelles, Dublino e Washington per esercitare maggiore pressione a livello istituzionale».

Casi simili a quello di Ahmed si sono già verificati in passato. Oltre a quello più noto di Patrick Zaki, il 24 maggio 2018 un altro ricercatore egiziano, Walid Salem “al-Shobaky” è misteriosamente sparito per quattro giorni, per poi essere successivamente accusato di appartenere ad un’organizzazione terroristica e di diffondere notizie false.

Walid stava conducendo la propria ricerca di dottorato sul sistema giuridico egiziano e sui rapporti tra le corti di giustizia e l’esecutivo. Sebbene sia stato rilasciato l’11 dicembre 2018, il ricercatore è tuttora sottoposto alla misura cautelare dell’obbligo di firma e non può lasciare il paese a seguito della confisca del passaporto.

Mohamed Amashah, uno studente di medicina con doppia nazionalità egiziano-statunitense, è stato arrestato il 6 marzo 2019 per aver mostrato in piazza Tahrir un simbolo con su scritto “libertà per tutti i prigionieri”. La sua scarcerazione, avvenuta il 5 luglio 2020 dopo 486 giorni in carcere, è stata accelerata solo dopo la sua rinuncia alla nazionalità egiziana che ha consentito ai giudici di applicare la legge sulla deportazione.

Reem Mohamed Dessouky, una insegnante dello stato della Pennsylvania, stava tornando in Egitto per far visita alla famiglia insieme al figlio di 13 anni. Al suo arrivo all’aeroporto del Cairo è stata interrogata e arrestata con l’accusa di criticare il governo attraverso i social media dopo un controllo effettuato sul suo telefono. Dessouky è stata rilasciata lo scorso maggio, 10 mesi dopo il suo arrivo in Egitto. 

Questi casi rappresentano solo la punta di un iceberg, la cui base continua ad essere immersa in acque torbide dove la legge non sembra limitare il flusso continuo di abusi e violenze, semmai li legittima. Decine di migliaia di persone si trovano in carceri sovraffollate dove il diritto alla vita e alla dignità sono sistematicamente violati, secondo diversi rapporti.

Una maglietta satirica, la condivisione di un articolo sui social media o il semplice esercizio della libertà d’espressione diventano prove sufficienti per giustificare la detenzione illegittima di coloro che si oppongono all’attuale regime.

Ma il caso di Ahmed Samir Santawy, oltre a mostrare il volto di un sistema repressivo senza precedenti, è rivelatore di dinamiche più profonde e laceranti in cui chi ha abbandonato il paese negli ultimi anni si trova invischiato. Agli inizi del 2018, quando Rawda ha lasciato l’Egitto per proseguire i suoi studi, l’idea che potesse tornare in patria per far visita ai propri familiari era una possibilità che era disposta a prendere in considerazione.

Sebbene abbia fatto ritorno in Egitto per una breve vacanza nell’autunno 2019, dopo l’arresto di Patrick e Ahmed questa possibilità sembra essere svanita del tutto. «Tornare in Egitto, oggi, significa consegnarsi volontariamente alle autorità pur sapendo di non aver commesso alcun reato. Lo shock per quanto accaduto ad Ahmed è enorme, ma lo è pure prendere coscienza del fatto che non si sa quando si farà ritorno al proprio paese».

 

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