Egitto, un mediatore poco credibile - Nigrizia
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Egitto, un mediatore poco credibile
Manifestazioni in tutto il mondo a sostegno della causa palestinese ma non al Cairo dove chi solo mostra la bandiera della Palestina rischia l’arresto. La mediazione egiziana parte in salita. Sono lontani i tempi dell’operazione “Pilastro di difesa” quando l’ex presidente, Mohammed Morsi, negoziò il cessate il fuoco. E la tregua tra israeliani e palestinesi non appare vicina
18 Maggio 2021
Articolo di Giuseppe Acconcia
Tempo di lettura 8 minuti
al-Sisi-Mahmoud-Abbas
Il presidente egiziano al-Sisi (a destra) con il suo omologo palestinese Mahmoud Abbas

Questa volta non sarà l’Egitto a fermare i raid israeliani su Gaza. Nonostante gli sforzi diplomatici annunciati con l’invio di una delegazione egiziana a Gerusalemme il 13 maggio, Israele ha rifiutato qualsiasi mediazione per il cessate il fuoco.

Anche le Nazioni Unite fanno fatica ad accordarsi in questo senso con lo stop del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu per il cessate il fuoco. A poco sono servite le parole della democratica Usa, Alexandria Ocasio-Cortez, che aveva dichiarato «non stiamo parlando di equilibrio tra due parti ma di sbilanciamento di potere». «Il presidente (Biden, ndr) ha detto che Israele ha il diritto all’auto-difesa, ma i palestinesi hanno il diritto di sopravvivere?», ha chiesto la deputata.

Polemiche ha anche suscitato la decisione di Biden di approvare la vendita di armi, per 735 milioni di dollari, a Israele, poco prima dell’inizio del conflitto in corso. D’altra parte, il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha chiesto a Papa Francesco un impegno comune di «musulmani e cristiani» per fermare il «massacro» contro i palestinesi. Nei giorni scorsi, facendo riferimento agli attacchi israeliani su Gaza, Erdoğan aveva parlato di «terrorismo».

I negoziatori egiziani avrebbero promesso la fine dei raid israeliani in cambio dello stop al lancio di razzi da Gaza, con l’annuncio di una tregua temporanea. Prima di accettare qualsiasi mediazione, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, in grande difficoltà per la formazione di un governo dopo il quarto voto in due anni, punterebbe alla distruzione di infrastrutture di Hamas e all’uccisione di leader del movimento, in attacchi che all’ottavo giorno dal loro inizio, lo scorso 10 maggio, hanno causato la morte di almeno 220 palestinesi, tra cui 58 bambini, e di 10 israeliani.

Il 15 maggio, come sempre in momenti di crisi, il Cairo ha centellinato l’apertura del valico di Rafah, per evitare il possibile passaggio di armi ad Hamas e di “terroristi” nel Sinai, dopo sei giorni di combattimenti, mentre i feriti palestinesi erano in attesa di essere curati negli ospedali del Sinai. E così, la Mezzaluna rossa egiziana ha finalmente potuto inviare forniture mediche alla Striscia di Gaza.

Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, che sta partecipando alla conferenza di Parigi per la transizione in Sudan, si è limitato ad auspicare la “calma” e che “la violenza e le uccisioni finiscano” con un “atto comune” che riporti la pace. Eppure, mai in passato Israele ha goduto del sostegno incondizionato egiziano, come durante le operazioni in corso a Gaza nel 2021.

Non solo, per favorire gli interessi israeliani, tra il 2013 e il 2020, l’esercito egiziano ha distrutto oltre 12 mila case, soprattutto nell’area di al-Arish e ha espropriato almeno 6 mila ettari di terreno, producendo circa 100 mila sfollati interni, per la costruzione di due zone cuscinetto ad al-Arish e al valico di Rafah con la Striscia di Gaza.

La mediazione egiziana e l’operazione “Margine protettivo”

Già nel 2014, al tempo dell’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, era successo lo stesso. Israele, Unione europea e Lega araba fecero riferimento per giorni ad una bozza egiziana di cessate il fuoco, come unica possibile soluzione ai continui bombardamenti su Gaza dell’esercito israeliano, producendo uno dei più imponenti flop diplomatici del Cairo.

Già allora, la mediazione egiziana appariva poco credibile perché decisamente conforme alle richieste israeliane e sorda alle richieste di Hamas, per esempio per la fine dell’embargo che strangola la Striscia di Gaza dal 2007. Purtroppo, sin dal colpo di stato militare del 2013, eccezion fatta per alcuni intellettuali e attivisti di sinistra (per esempio i Socialisti rivoluzionari), non si levano molte voci a sostegno della causa palestinese in Egitto.

Addirittura è montato negli ultimi anni un crescente sentimento anti-Hamas. Ma se questo può essere spiegato con gli iniziali legami tra il movimento palestinese e i Fratelli musulmani, sembra ben più diffusa e profonda la discriminazione che coinvolge tutti i palestinesi in Egitto. Molti egiziani non sono solo contrari ad Hamas, percepito come gruppo terroristico, ma più in generale diffidano e si guardano bene dal difendere la causa palestinese, estendendo l’odio per Hamas a tutti i palestinesi.

Questo rende ancora più significativi i pur timidi passi che nell’anno al potere ha fatto il presidente egiziano Mohammed Morsi (2012-2013), morto in circostanze non chiare in prigione nel 2019, rispetto alla causa palestinese. La mediazione di Morsi, durante l’operazione “Pilastro di difesa” (2012), meno appiattita sulle posizioni israeliane e favorevole al dialogo tra Fatah e Hamas, sarebbe stata utilissima per rassicurare Hamas e contenere le aspirazioni guerrafondaie di Israele anche oggi.

Non solo, Morsi aveva concesso i passaporti a migliaia di siriani e palestinesi che hanno visto poi stracciati i loro documenti dopo il golpe del 2013 tornando ad essere cittadini di serie B in Egitto, costretti a lasciare il paese per riparare in Libia, diretti verso l’Europa, in quanto percepiti, incondizionatamente, come sostenitori della Fratellanza musulmana e quindi “terroristi”. 

Egitto e sentimenti anti-palestinesi

I sentimenti anti-palestinesi sono stati instillati a grandi dosi dai presidenti egiziani sin dai tempi di Anwar al-Sadat. Con la firma del trattato di pace con Israele (1979), nei discorsi pubblici e dei media, la Palestina, frammentata, debole ma motivata a non scomparire, è stata accantonata e mal raccontata, mentre Israele è stato descritto come l’amico, l’alleato, lo stato forte dal quale non si sarebbe potuto prescindere per il benessere del paese.

Con l’assassinio di Sadat da parte di estremisti islamici nel 1981 e l’avvento del presidente Hosni Mubarak, la diffidenza per i palestinesi è stata una costante del regime per cementare le relazioni con Israele e il ruolo centrale del Cairo, principale alleato degli Stati Uniti in Medio oriente.

Da quel momento, l’odio per i palestinesi ha assunto le forme del razzismo e della discriminazione strisciante per cui le morti a Gaza e in Cisgiordania, le richieste di un negoziato equo con Israele che superassero l’attuale stato di Apartheid in cui vive l’area, hanno iniziato ad essere viste con maggiore diffidenza dagli egiziani. E così dal 2000, l’odio per i palestinesi ha assunto la forma del rigetto delle richieste di Hamas per i legami tra il movimento palestinese e i Fratelli musulmani.

Questa accresciuta idiosincrasia per la questione palestinese è stata esacerbata con il colpo di stato del 2013, che ha rovesciato il governo, democraticamente eletto, dei Fratelli musulmani. In quel momento gli islamisti sono stati divisi tra “buoni e cattivi”. I secondi, contrari al ritorno dei militari in politica, sono stati etichettati tutti come terroristi.

Per questo, se la maggioranza degli egiziani, che crede nei media pubblici, non ha speso una parola per le migliaia di morti di islamisti, causate per esempio dall’esercito nella strage di Rabaa el Adaweya (2013) e fino a oggi, chi si meraviglia che nessun egiziano, o pochi, protestino contro gli attacchi in corso a Gaza? Anzi, nessuno si meraviglia che gli egiziani, che sostengono al-Sisi, patteggino per Israele e continuino a discriminare i palestinesi.

Questo ha anche conseguenze pratiche gravissime. Prima di tutto per la gestione della crisi umanitaria che hanno determinato i bombardamenti israeliani a Gaza. E in secondo luogo, il modello (soprattutto mediatico) che al-Sisi rappresenta per l’esercito israeliano nella repressione degli islamisti. Già nel 2014, i media israeliani mostravano estratti della televisione pubblica egiziana che stigmatizzava la reazione di Hamas contro Israele.

Lo confermano poi gli attacchi agli uffici della televisione del Qatar al-Jazeera a Gaza dei giorni scorsi. Lo stesso aveva fatto l’esercito egiziano con gli uffici locali di Al-Jazeera al Cairo nell’estate 2013, costringendo l’emittente a chiudere le trasmissioni dall’Egitto mentre i suoi giornalisti sono stati minacciati, arrestati e alcuni di loro condannati.

Ma per mettere a tacere i sensi di colpa, il presidente al-Sisi ha più volte ripetuto negli anniversari (23 luglio) della rivoluzione del 1952 che «100mila egiziani sono morti per il problema palestinese». Eppure, il fallimento della mediazione egiziana fin qui mostra ancora una volta l’incompetenza dell’élite militare nella gestione della crisi. Se i Fratelli musulmani sono stati accusati di gestire il paese negli interessi del movimento, è invece l’esercito a guidare l’Egitto come se dovesse difendere gli interessi israeliani nella regione.

Almeno due attivisti che hanno cercato di manifestare nei giorni scorsi con la bandiera palestinese in piazza Tahrir al Cairo sono stati fermati. E così, in assenza di proteste in Egitto, manifestazioni a sostegno della causa palestinese si sono svolte nei giorni scorsi nelle principali città del Nord Africa e del Medio Oriente, da Istanbul, in Turchia, a Beirut in Libano, da Rabat, Marrakesh e Casablanca in Marocco, ad Amman in Giordania, da Algeri, Tripoli, Tunisi, fino a Kuwait City.

La solidarietà delle società civili per la causa palestinese sta crescendo in tutto il mondo, da Vancouver a Parigi, da Marsiglia a Londra e Milano, a dispetto dell’inerzia dei governi.  

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