La denuncia del Rsado
La Red Sea Afar Democratic Organisation chiede alla comunità internazionale di indagare su presunti depositi di rifiuti tossici e nucleari sulla costa e nelle acque eritree del Mar Rosso e più precisamente in Dancalia.

In un’intervista rilasciata al Sudan Tribune il 10 giugno da Addis Abeba, Ibrahim Haron, leader del Red Sea Afar Democratic Organisation (Rsado), una delle numerose organizzazioni di opposizione al governo eritreo, chiede alla comunità internazionale di indagare su presunti depositi di rifiuti tossici e nucleari sulla costa e nelle acque eritree del Mar Rosso, e più precisamente in Dancalia, terra degli Afar.

La stessa richiesta, lanciata già nel 2010, era caduta nel vuoto e non era stata commentata neppure dal governo eritreo.  Ma ora i dettagli cominciano a diventare un po’ più precisi. I rifiuti sarebbero iraniani e i depositi sarebbero frutto di un preciso accordo con il governo di Asmara, a caccia di entrate, dato che il paese è da anni sull’orlo del collasso economico. Ibrahim Haron racconta anche di insorgenti problemi di salute nella popolazione dancala rivierasca: cancro al seno, malattia prima sconosciuta, problemi dermatologici e neurologici che colpirebbero soprattutto i pescatori. Se quanto raccontato fosse vero, si tratterebbe di segni chiari di un già preoccupante inquinamento delle risorse necessarie alla vita stessa della popolazione, che vive di pesca e di pastorizia.

Val la pena ricordare che il traffico di rifiuti tossici è strettamente regolato da norme internazionali codificate nella convenzione di Basilea del 1992, firmata da 168 paesi. Anche i paesi non firmatari sono obbligati dalla convenzione stessa a rendere pubblici i contratti e le attività in materia. Se le voci dovessero rivelarsi fondate, i due governi interessati agirebbero dunque in chiara violazione di norme internazionali a difesa dell’ambiente, bene comune, e della salute pubblica.

La voce di depositi tossici in Eritrea, così come in Somalia, del resto, è ricorrente, ma quasi impossibile da verificare, data la chiusura del paese, le restrizioni nei movimenti della popolazione, e degli stranieri in particolare, e il bavaglio imposto ai mezzi di informazione locali.