Amnesty International
La lunga mano del regime si muove anche oltreconfine, colpendo verbalmente e fisicamente i “non allineati” delle diaspore in Africa e in Europa, con lo scopo di ridurli al silenzio. Un sistema che ha radici lontane.

“Repressione senza frontiere” è il titolo dell’ultimo rapporto di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani da parte del governo eritreo. Vi si dimostra che anche gli oppositori e i difensori dei diritti umani eritrei che vivono all’estero vengono costantemente minacciati, fatti segno di assalti fisici, di campagne denigratorie e intimiditi in modi diversi allo scopo di zittirli.  

Non si salvano neppure gli analisti politici stranieri critici dell’operato del governo di Asmara. Colpevoli di tali atti intimidatori sono spesso alti funzionari del regime. Amnesty ha raccolto prove in proposito riguardanti il ministro dell’Informazione, gli ambasciatori in Kenya e Giappone, il rappresentante al Consiglio Onu per i diritti umani di Ginevra, che hanno operato attraverso internet o servendosi delle prerogative del ruolo che rivestono.

Per il confronto fisico il regime “si serve” dei giovani supporter nella diaspora, che hanno una loro associazione, il Fronte popolare giovanile per la democrazia e la giustizia (Young people’s front for democracy and justice – Ypfdj). Talvolta vengono direttamente incaricati di atti intimidatori o violenti. Più spesso sono guidati dalla retorica infiammata e divisiva dei più alti rappresentanti del regime.

Particolarmente a rischio sono ritenuti gli oppositori in Kenya, Gran Bretagna, Olanda, Italia, Svizzera e Svezia che, dice il rapporto, necessitano di protezione da parte dei governi ospiti perché venga loro garantito il diritto alla sicurezza personale oltre che quello alla libertà di espressione e di associazione.

Il documento si basa su interviste a 18 persone, eritree e non, che hanno subito diverse forme di intimidazione o violenza nel periodo che va dal 2011 al maggio 2019.

Tra i casi citati, quello di Edea (Eritrean diaspora in East Africa), un’associazione basata a Nairobi che ha lo scopo di promuovere gli interessi e il benessere degli eritrei nella regione. Lavora in particolare per sostenere i giovani che passano dai paesi dell’Africa orientale nella loro fuga dal paese. I suoi soci sono stati osteggiati in tutti i modi possibili dall’ambasciata eritrea a Nairobi.

Il presidente e cofondatore, Hussein Osman Said, ha avuto il passaporto invalidato quando si trovava per lavoro in Sud Sudan. Nella sua testimonianza sostiene: «Sembra che le autorità eritree mi abbiano accusato di terrorismo». Accuse ovviamente cadute ai primi accertamenti, ma gli ci vollero diverse settimane prima di poter ritornare in Kenya e ai suoi affari con nuovi documenti. L’ambasciata eritrea è intervenuta anche perché le autorità keniane bloccassero il lancio dell’organizzazione, il 20 febbraio 2015. L’associazione era stata accusata di cospirare per il rovesciamento del governo di Asmara.

Le accuse caddero, tanto che la presentazione ufficiale avvenne poche settimane dopo. Ma chi era stato fotografato durante la cerimonia ha dovuto subire diversi tipi di minacce e violenze, sia fisiche che psicologiche. Un caso davvero significativo riguarda una trentina di persone che l’ambasciata ha denunciato come sovversivi ai funzionari Onu in Kenya, in occasione di una mostra sull’architettura di Asmara che si teneva presso il compound dell’organizzazione, chiedendo che fosse loro impedita l’entrata. Nella lista, anche gli organizzatori della mostra stessa. Nella lettera, datata 23 marzo 2017, si chiede anche di vietare la copertura giornalistica, per garantire che l’occasione non potesse essere politicizzata.

Tra le persone che hanno testimoniato per Amnesty International, anche padre Mussie Zerai, nominato per il premio Nobel per la pace per il sostegno dato ai migranti nel Mediterraneo. Le offese e i tentativi di diffamarlo durano ormai da anni, da quando si è saputo che nei centri di detenzione libici il suo numero di telefono passava di bocca in bocca e i migranti si imbarcavano tenendolo stampato nella memoria, come unica ancora di salvezza in caso di necessità. Non sono mancati attacchi personali anche contro l’ex relatore speciale dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani nel paese, Sheila Keetharuth. L’ambasciatore eritreo a Ginevra nel 2017 l’ha apostrofata come “imperatrice nuda, senza vestiti” (naked empress with no clothes).

L’ex direttore dei servizi per l’Africa della BBC, Martin Plaut, ora ricercatore senior all’Istituto di sudi del Commonwealth dell’Università di Londra, titolare di un blog molto seguito sull’Eritrea e gli altri paesi dell’area, è stato invece ricoperto di liquami, a Londra da due eritrei che gli avevano chiesto un appuntamento. In quell’occasione, l’ambasciatore in Giappone si è complimentato pubblicamente via web.

Quelli riportati sono solo pochi esempi, tra i più significativi riportati nel documento di Amnesty. Ma tutti coloro che si occupano di Eritrea in modo critico hanno sperimentato attacchi violenti, non solo verbali. In Italia attivisti per la difesa dei diritti dei prigionieri politici nel paese – persone sparite dal 18 settembre 2001 e di cui non si sa più nulla – sono stati ripetutamente presi di mira.

Anni fa la coordinatrice dell’associazione, Dania Avallone, è stata mandata all’ospedale con una prognosi di diversi giorni. Ma anche il nostro sito ha a che fare regolarmente con scalmanati abituati a commentare con insulti violenti e gratuiti la congregazione, gli articoli pubblicati e i loro autori, colpevoli di non unirsi al coro dei sostenitori del regime.

Gli attacchi violenti agli oppositori sono un malcostume che ha radici lontane. Sono stati utilizzati in modo consapevole e cinico come strumento di lotta politica fin dai tempi della guerra di liberazione, e ancor più dopo l’indipendenza, e hanno finito per mettere a rischio il patto sociale necessario ad ogni paese per esistere. Alla fine di questo regime, che finirà come tutte le cose umane, molto dovrà essere fatto per rimettere insieme i cocci di una popolazione aizzata a mostrare i lati peggiori della natura umana.

Nella foto: una manifestazione della diaspora eritrea in Italia (Meron Estefanos)