Editoriale dicembre 2014

Un segnale dal basso. È quello che ha lanciato la gente del Burkina Faso scendendo in piazza e costringendo il presidente Blaise Compaoré a cercare rifugio in Costa d’Avorio. Un segnale deciso che il 31 ottobre ha posto fine al tentativo di modificare la Costituzione e di prolungare ancora un potere autocentrato che durava da 27 anni.

Certo, tecnicamente si è trattato di un colpo di stato. Dei militari hanno destituito Compaoré. Ma solo dopo che la piazza lo aveva, di fatto, detronizzato. Una fase di transizione si è dunque aperta, affidata a un presidente di garanzia, che dovrebbe portare a nuove elezioni nell’arco di un anno.

L’importante è che questa transizione non finisca nel consueto “porto delle nebbie” e faccia fare un altro piccolo passo in avanti allo stato di diritto e alla democrazia in quel paese. Le premesse ci sono.

Nelle manifestazioni di Ouagadougou si è visto sfilare per le strade il ritratto di Thomas Sankara, il capitano che negli anni ’80 provò a cambiare la politica e l’economia del paese e che, il 15 ottobre 1987, venne assassinato dalla cricca di Compaoré. Quel nome e quel volto simboleggiano ancora oggi partecipazione, progetto, prospettiva.

Quell’esperienza, durata quattro anni, s’impose dall’alto. Nacque con un colpo di stato, com’era prassi all’epoca, anche se alcuni osservatori parlarono di colpo di stato “democratico” e Marco Pannella, sulle pagine di Nigrizia di allora, definì Sankara un «militare antimilitarista» e la sua rivoluzione «giacobina, più che militare». Possiamo dire che si collocò nell’alveo dei regimi socialisti, ma con il piglio di sperimentare strade nuove.

Al netto delle derive populiste, Sankara fu determinato nel rivendicare la sovranità del proprio paese e dell’Africa nei consessi internazionali. Aveva compreso che andava abbandonata la via del partito unico e stava riorganizzando l’amministrazione territoriale in modo tale che l’esercito avesse meno peso. Aveva scelto di investire una parte consistente del bilancio dello stato nell’agricoltura e di dotare di servizi e infrastrutture le aree agricole, con l’intento di frenare l’esodo dalle campagne verso le città.

Si era posto il problema, quindi, di come avrebbero dovuto trovare rappresentanza politica le diverse idee di società e i diversi interessi, e immaginò un tipo di sviluppo fondato sulla terra (ancora oggi – vedi il dossier sulla sovranità alimentare di novembre ? in Africa oltre metà della popolazione attiva vive di agricoltura).

Difficile prevedere oggi quali equilibri andranno a costituirsi nel dopo-Compaoré. Se qualcuno dall’alto piloterà voto e parlamento, imponendo logori meccanismi di governo confinanti con l’autocrazia. Oppure, se si scriverà un altro copione. Dando vita a un esperimento dove l’alto (élite politiche, militari ed economiche) e il basso (la società civile in senso lato) rimangano in contatto e si confrontino, dove l’articolazione degli interessi e dei diritti concorra alla costruzione di istituzioni solide, dove la cosa pubblica non sia in balia di logiche di appropriazione privata.

Coloro che in piazza hanno inneggiato a Sankara hanno di fronte un compito impegnativo: mettere sul tavolo proposte che tengano conto dell’insieme della nazione ed esprimere dei leader in grado di concretizzarle.

Se l’esperimento dovesse riuscire, anche solo in parte, potrebbe divenire un esempio per quegli ampi settori della società civile che in Congo, in Repubblica democratica del Congo e in Burundi guardano con preoccupazione ai loro presidenti – Sassou-Nguesso, Joseph Kabila, Pierre Nkurunziza – che armeggiano intorno alla Costituzione per perpetuarsi al potere. Magari anche in quei paesi può partire un segnale. Dal basso, perché no?

Chi in piazza ha inneggiato a Sankara ha di fronte un compito impegnativo: mettere sul tavolo proposte che tengano conto dell’insieme della nazione ed esprimere dei leader in grado di concretizzarle.