Armi, Conflitti e Terrorismo Etiopia Pace e Diritti
Presa di posizione del Comitato di protezione dei giornalisti
Etiopia: guerra alla stampa
03 Agosto 2022
Articolo di Redazione
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Temesgen Desalegn, caporedattore della rivista Fitih, agli arresti dal 26 maggio (Credit: Addis Standard)

Il conflitto in atto dal novembre del 2020 tra il governo federale dell’Etiopia e le forze ribelli del Fronte di liberazione del popolo del Tigray, oltre a devastare intere regioni del paese, ha fatto compiere notevoli passi indietro alla libertà di stampa.

Lo denuncia il Comitato di protezione dei giornalisti (Cpj), rilevando che l’Etiopia ha ormai affiancato l’Eritrea in testa alla classifica dei paesi dell’Africa subsahariana più repressivi nei confronti della stampa. Secondo l’organizzazione, dall’inizio del conflitto sono stati uccisi 2 giornalisti e ne sono stati arrestati 63, di cui 8 sono ancora in detenzione. E a questo riguardo il Cpj sottolinea che spesso i giornalisti sono sottoposti a lunghe custodie cautelari senza che venga loro contestato un reato specifico.

Muthoki Mumo, rappresentante del Cpj per l’Africa subsahariana, spiega che «l’ostilità crescente nei confronti dei giornalisti è determinata dalla volontà di controllare la narrazione della guerra. I giornalisti che esprimono una voce discordante o producono informazioni indipendenti rischiano di essere arrestati, minacciati, espulsi o peggio». Un atteggiamento in controtendenza rispetto a quello introdotto da Abiy Ahmed quando arrivò al potere nel 2018.

Il Cpj chiede anche la liberazione di Temesgen Desalegn, caporedattore della rivista in lingua amarica Fitih, agli arresti dal 26 maggio. È accusato di divulgazione di segreti militari e di pubblicazione di informazioni inesatte: la prima accusa gli può costare 5 anni di carcere, la seconda 10. A fine luglio la Corte suprema ha annullato la decisione della magistratura di concedere la libertà su cauzione.

Nel sottolineare che la repressione della stampa «interviene in un contesto di violazione dei diritti umani da parte di tutti i belligeranti», il Cpj si rivolge alle autorità chiedendo «che si smetta di criminalizzare il lavoro giornalistico».

 

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