Etiopia: la terra promessa dei rastafariani - Nigrizia
Etiopia Politica e Società
Viaggio alla scoperta della 'tredicesima tribù d’Israele'
Etiopia: la terra promessa dei rastafariani
Non solo dreadlocks e marijuana. La profonda spiritualità del credo rastafariano si esprime attraverso una filosofia che invita il mondo occidentale a una profonda riflessione
21 Luglio 2022
Articolo di Giuseppe Cavallini
Tempo di lettura 7 minuti
(Credit: Vita Tv)

Chi ha sentito parlare o ha incontrato qualche seguace della religione/filosofia rastafariana, persone note per i lunghi capelli intrecciati che parlano l’inglese in modo strano, si chiede che rapporto vi sia tra i membri di questo movimento originario della Giamaica e la nazione etiopica.

In trent’anni di lavoro in Etiopia, ho avuto modo varie volte di incontrarli e conoscere il loro stile di vita nella città di Shashemene, nel sud del paese, dove vivono circa duemila famiglie rastafariane composte da persone emigrate dalla Giamaica e tante altre autoctone o di altre nazioni. Vivono su un terreno di vari ettari, donato loro dall’imperatore Hailé Selassié, coltivato ad ortaggi e caratterizzato da numerose attività artigianali e manufatturiere.

 Origini

Sorto in Giamaica nei primi decenni del 20° secolo, il movimento rastafariano si definisce ‘la tredicesima tribù di Israele’. Segue la Bibbia come guida, dandole una propria interpretazione, diversa da quella degli ebrei, accusati di essersi corrotti lungo la storia e aver abbracciato il capitalismo occidentale.

Fondatore del movimento religioso è Marcus Moziah Garvey, del quale ricorre il 17 agosto il 136° anno dalla nascita (1887). Garvey sosteneva che il popolo africano sparso per il mondo – e in particolare nelle Americhe, dove era stato deportato in schiavitù -, era destinato ad unirsi per tornare in Africa, la propria terra madre.

Dando vita all’Associazione per il progresso universale dei neri (Unia – Universal Negro Improvement Association), alla Lega delle comunità africane (Acl – African Communities League) e alla rivista Negro World, Garvey sviluppò la base ideologica della dottrina nazionalista africana che troverà largo seguito negli Usa, dove Garvey aveva speso vari anni, a partire dagli anni Sessanta, con la ‘fondazione del potere nero’ di Stokely Carmichael.

Scriveva Garvey: «I neri devono superare il loro senso d’inferiorità e crescere basandosi sulla propria cultura specifica in costante evoluzione, e, in ultima istanza, ritornare in Africa per riscattare la propria terra d’origine e costruire il futuro».

La visione di Garvey e la sua abilità nell’unire la gente, rese la popolazione della Giamaica consapevole dell’evolversi della realtà geopolitica del mondo, attraverso l’Unia e il giornale Negro World, che informava sugli sviluppi della realtà africana.

Profetizzando, egli dichiarò ai seguaci: «Guardate all’Africa in vista della coronazione di un sovrano nero, sarà lui il redentore», e sintetizzò la sua visione nel motto: “Un Dio, un’anima, un destino”. Il leader e pastore giamaicano si serviva regolarmente della Bibbia, predicando la liberazione del popolo nero dal giogo dei bianchi.

Hailé Selassié nella sua limusine durante una visita a Berlino il 25 novembre 1954. Il suo cappello è decorato con una criniera di leone (Credit: Swiss National Museum)

Sviluppi

Nel 1930 migliaia di giamaicani presero la sua profezia alla lettera, e per loro quell’anno rappresenta ciò che la nascita di Gesù Cristo significa per un cristiano.

Nel 1930, infatti, Tafari Mekonnèn, figlio di Meconnèn Uoldemicaèl, governatore (ras) etiopico cugino dell’imperatore Menelik II, venne incoronato Negus Neghest, cioè Re dei Re, Signore dei Signori e Leone conquistatore della tribù di Giuda, ovvero imperatore d’Etiopia col nome di Hailé Selassié I° (lit. Potenza della Trinità). Questo bastò perché molti giamaicani vedessero in lui il compimento della profezia di Garvey.

Infatti, attraverso la lettura e l’interpretazione di vari passi biblici, trovarono un collegamento perfetto con l’evento accaduto in Etiopia. A conferma del loro credo contribuì non poco il fatto che lo stesso Hailé Selassié si proclamò discendente diretto del re biblico Davide, attraverso Menelik I° che era nato – secondo la leggenda – dall’incontro tra il re Salomone, figlio di Davide, e la regina di Saba (ritenuta regina d’Etiopia) che era andata in visita al sovrano d’Israele.

Rivendicando la sua diretta relazione con i re Davide e Salomone, pertanto, in Hailé Selassié si compì la profezia dell’Apocalisse 5, 2-5, che annuncia il ‘germoglio di Davide’ (cioè il Messia) incaricato di aprire il libro dei sette sigilli. Per molti giamaicani il Messia predetto da Garvey e tornato sulla terra, altri non era che l’imperatore etiopico.

Dopo Garvey in Giamaica sorsero altri leader rastafariani, come Leonard P. Howell, J.N. Hibert e Archibald Dunkle, che continuarono l’opera di Garvey predicando di un Messia che sarebbe giunto a liberare il popolo africano. Ai loro occhi Hailé Selassié apparve quindi come un dio vivente. Fu con loro che i seguaci presero definitivamente il nome di rastafariani. Per loro, l’Etiopia divenne la nuova Sion (Gerusalemme) biblica, Hailé Selassié il loro messia e definirono se stessi, appunto, come la tredicesima tribù d’Israele.

La bandiera con il leone, simbolo della tribù di Giuda e dell’Etiopia.

Precomprensioni     

I rastafariani sono spesso vittime di stereotipi, in particolare in Occidente, perché portano lunghe ciocche di capelli annodati (dreadlocks), tradizione nata parafrasando un comando biblico che dice: “Nessuna lama toccherà il capo dei fedeli”, ma anche a imitazione della criniera del leone, simbolo della tribù di Giuda e dell’Etiopia.

Oppure sono famosi solo perché fumano marijuana (canapa indiana) e ascoltano o compongono musica reggae sullo stile di Bob Marley e di Peter Tosh. Molti, inoltre, ritengono che essi siano presenti esclusivamente in Giamaica. Negli anni, al contrario, i seguaci di Garvey si sono propagati oltre l’isola caraibica e sono presenti in ogni continente, e soprattutto in Africa.

Come essi affermano, non si tratta solo di un movimento o di un credo religioso; il sogno dei rastafariani è un mondo di convivenza pacifica tra tutti i popoli, di accoglienza e di condivisione. E soprattutto il loro scopo è di rendere i fedeli liberi dalle mille forme di “schiavitù” materiale e mentale della società capitalistica. Il fatto che spesso vengano maltrattati o disprezzati, tuttavia, porta purtroppo alcuni di loro ad agire con violenza per farsi rispettare.

La religiosità dei rastafariani si radica su alcune credenze basilari, come suggeriscono le canzoni di Bob Marley: la denuncia del ‘sistema di Babilonia’, corrotto e decadente; il rifiuto di usare medicine chimiche e la regola di cibarsi esclusivamente di alimenti naturali; l’affermazione della non violenza e dell’uguaglianza, e l’uso della marijuana (ganja) come mezzo che favorisce l’incontro in comunità e con Dio.

Ai dieci comandamenti della legge di Mosè, al fine di conservare la sanità del corpo e della mente, aggiungono pertanto alcune regole di comportamento: la fede in Jah Rastafari, unico Dio supremo; il rifiuto di ogni deturpazione del fisico (radersi, tatuarsi, tagliare i capelli); la proibizione di nutrirsi di carne, soprattutto maiale e molluschi, e altri prodotti o derivati animali; fedeltà all’amore tra esseri viventi e per la natura; distacco da vizi quali gelosia, odio, cattiveria, invidia e dileggio degli altri; rifiuto di esagerate forme di mondanità e di edonismo; condivisione del sogno di vedere un mondo che segua i dettami di Hailé Selassié, costituendo un’unica fratellanza globale; senso di solidarietà con ogni rasta bisognoso e difesa della vita di esseri viventi, animali e piante.

E, ancora, promozione del rispetto per ogni persona non in base a presenza fisica, colore della pelle, titoli o altre diversità ma motivati solo dall’amore per la verità. Un modo di vivere e una fede-filosofia che suona di certo molto lontana dalla mentalità occidentale e perfino utopistica, ma che stimola tuttavia a riflettere, come il retaggio di Bob Marley e di tutti gli artisti rasta sfida ognuno a fare nella nostra epoca.  

 

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