Sudan, due mesi di proteste
La dura repressione non ferma le manifestazioni popolari contro il regime sudanese che proseguono da oltre due mesi nel silenzio della comunità internazionale. Pestaggi, arresti arbitrari, torture e omicidi sono documentati nelle riprese video fatte con i cellulari e diffuse sul web. La società civile e le opposizioni chiedono di non essere lasciate sole.

Sono ormai due mesi che il Sudan è in rivolta contro il regime del National congress party (Ncp), guidato dal presidente Omar Hassan al-Bashir, salito al potere con un colpo di stato militare nel 1989 e ricercato dalla Corte penale internazionale per 10 capi d’accusa, di cui 3 per genocidio, per fatti accaduti durante il conflitto in Darfur.

La protesta, iniziata per il continuo aggravarsi della crisi economica, si è presto trasformata in una ribellione popolare contro il regime al potere, ritenuto responsabile del peggioramento continuo delle condizioni di vita, dell’inflazione galoppante, della mancanza di beni di prima necessità, compreso il pane, il carburante e perfino la valuta locale, per cui è in vigore una sorta di razionamento nel rilascio dalle banche. E anche le cause della crisi sono univocamente elencate dai dimostranti: corruzione dilagante, impegno delle risorse in eterni conflitti in diverse zone del paese (Darfur, Monti Nuba, Blue Nile) e nel rafforzare gli apparati di sicurezza a cui è chiesto di garantire la permanenza al potere dell’attuale leadership. Un’analisi ampiamente condivisa da molti esperti, sudanesi e non.

In due mesi le dimostrazioni sono diventate sempre più frequenti, diffuse e partecipate, nonostante la durezza crescente della repressione. La folla, che sfila chiedendo le dimissioni del presidente e specificando che vuole un passaggio di poteri pacifico, viene dispersa con gas lacrimogeni, idranti e spari ad altezza d’uomo. Le denunce della società civile sudanese e delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani sono ormai circostanziate e numerose.

Torturati a morte

Il Sudan democracy first group (Sdfg) il 4 febbraio scorso ha diffuso un comunicato in cui dice che tre persone, di cui elenca i nomi, sono state torturate a morte mentre erano nelle mani del servizio di sicurezza, il National intelligence and security service (Niss), una delle stampelle del regime. Nel comunicato si appella alla comunità internazionale perché faccia cessare la violenza immotivata. Alcuni giorni dopo è morto sotto tortura un altro fermato, un insegnante di Khashm El Girba, una località rurale nello stato di Kassala. Secondo i dati diffusi dalla società civile sudanese, i morti in questi due mesi sarebbero ormai una sessantina, il doppio dei 30 circa, ammessi dallo stesso regime. Tutti morti durante manifestazioni pacifiche o in detenzione.

I metodi per controllare la rivolta sono documentati anche da un servizio dell’autorevole televisione britannica BBC che in questi giorni gira sui social media. L’indagine si basa in gran parte su riprese fatte con gli smartphone da attivisti che sono riusciti a passare inosservati e a farli pervenire in mani sicure.

Vi si vedono agenti dei servizi di sicurezza in divisa e in abiti civili che sparano ad altezza d’uomo, che picchiano con bastoni e tubi di gomma persone arrestate nelle strade o inseguite fin dentro le case, trascinate su pick up che li porteranno in centri di detenzione non segnalati ufficialmente ma conosciuti da tutti, in cui vengono torturati, talvolta fino alla morte.

I sudanesi, che riconoscono i luoghi dalle urla e dai lamenti che si sentono fin sulla strada, li chiamano ghost house, le case dei fantasmi. Non sono state inventate adesso. Molti attivisti della società civile sudanese e leader dell’opposizione le hanno sperimentate sulla loro pelle, talvolta a più riprese. Ma neanche la possibilità di finire nelle famigerate ghost house ferma la protesta.

Sostegno interno al minimo

Il regime è sempre più isolato all’interno. È stato ormai abbandonato da diversi partiti ed autorevoli politici che avevano appoggiato il dialogo nazionale. Lo stesso clero islamico da tempo critica duramente i metodi repressivi usati sulla folla pacifica e nelle stesse moschee che non vengono risparmiate né dal lancio di lacrimogeni né dalla caccia all’uomo, violenze in luoghi che sono considerati sacri e involabili.

Violata anche l’università, arrestati i suoi professori così come medici, ingegneri, farmacisti…. Ma soprattutto giornalisti. Sono una trentina i reporter sudanesi arrestati. Parecchi i giornali chiusi. A sei corrispondenti stranieri sono state revocate le credenziali. Il regime sta cercando di non far uscire dal paese informazioni sulle proteste, un gioco che si è rivelato vincente in Darfur, dove, per l’isolamento della regione, ha potuto far credere che la situazione è praticamente normalizzata. Il presidente, infatti, nei giorni scorsi ha dichiarato che sì, c’è qualche problema nel paese, ma non della portata di quanto riportato sui social network. E parecchi sono disposti a prestargli fede.

Sta di fatto che le notizie su quanto accade in Sudan sono scarsissime sui giornali occidentali e anche su quelli del mondo arabo sono diventate sporadiche. Mentre gli oppositori sudanesi chiedono di non essere lasciati soli. Chiedono che sul regime vengano fatte pressioni perché rispetti le manifestazioni pacifiche, previste dalla costituzione del paese e dalla convenzione internazionale sui diritti dell’uomo.

Appoggi internazionali

Ma il governo di Khartoum è riuscito a crearsi una vasta rete di alleanze e a rivestire un ruolo rilevante negli equilibri regionali e ora sta incassando i frutti di questo faticoso lavoro diplomatico. Nei giorni scorsi l’Unione Europea si è detta preoccupata, ma nulla è di fatto cambiato nei suoi rapporti con l’alleato, cui è stata delegata la gestione dei flussi migratori dal Corno d’Africa. La Lega araba ha invece dichiarato che a Khartoum ci sono problemi interni sui quali non gli compete esprimersi. La Russia ha ammesso che ci sono suoi mercenari a dare una mano al regime in questo difficile momento. E Trump non si è espresso; nessuno si aspettava che lo facesse, per la verità.

Nel silenzio della comunità internazionale aumentano le preoccupazioni di chi conosce bene il paese. Nicholas Kristof, noto opinionista del New York Times, vincitore di un premio Pulitzer nel 2006 per i suoi reportage dal Darfur, ha titolato “Marciando verso un massacro” un suo pezzo del 16 gennaio sulla situazione del paese. Politici dell’opposizione affermano che, comunque vada a finire la rivolta popolare, il Sudan non sarà più lo stesso e, data la portata della protesta, potrebbero aver ragione. Sarebbe dunque saggio che la comunità internazionale cominciasse a tenerne conto.

Il servizio della BBC “Sudan’s secret hit squads”, realizzato con video fatti con i cellulari a Khartoum, mostrano agenti di sicurezza mascherati che inseguono i manifestanti, li picchiano e li trascinano in centri di detenzione segreti.
(Il video contiene scene che possono turbare)

 

Guarda il video dal sito della BBC