Etiopia
Il golpe sventato di recente, organizzato dal responsabile delle forze di sicurezza della regione Amhara, rivela la crescente instabilità politica legata anche al diffondersi di ideologie nazionalistiche su base etnica che rischiano di compromettere la tenuta complessiva del paese.

Il tentato colpo di stato nella regione Amhara ha aperto una finestra sulle crescenti tensioni tra le diverse componenti della leadership e dei gruppi etnici del paese.

La ricostruzione ufficiale lega due drammatici episodi in cui cinque persone ai vertici del potere sono state assassinate sabato 22 giugno. Nel primo attacco, a Bahir Dar, capoluogo dello stato Amhara a oltre 400 chilometri dalla capitale, sono rimasti uccisi il governatore Ambachew Mekonnen, un suo consigliere e il procuratore generale dello stato, morto il lunedì successivo per le ferite riportate.

Nel secondo, avvenuto lo stesso giorno nella capitale Addis Abeba, è stato assassinato a casa sua da una guardia del corpo il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Seare Mekonnen, con un suo assistente, generale Gizae Aberra.

A riprova che i due episodi non erano isolate prove di forza individuali, nelle due città nella notte tra sabato e domenica si sono avuti scontri a fuoco, più prolungati e pesanti a Bahir Dar, mentre il governo centrale decideva di interrompere i collegamenti internet in tutto il paese e il primo ministro, Abiy Ahmed, si presentava alla televisione di stato per una dichiarazione ufficiale in divisa militare, la prima volta dalla sua nomina nell’aprile dello scorso anno.

Accusato del tentato golpe, il generale Asamnew Tsige, ucciso, pare, in uno scontro fuoco, lunedì scorso alla periferia di Bahir Dar, dove si nascondeva. La personalità, la storia e l’ideologia politica di questo ben noto oppositore, gettano altra luce sulle dinamiche etiopiche attuali.

Asamnew Tsige era stato incarcerato perché accusato di un altro tentativo di colpo di stato nel 2008, contro l’allora primo ministro Meles Zenawi, ed era ritenuto uno dei fondatori del gruppo di opposizione armata Ginbot 7, che ricorda nel nome la data di una feroce repressione delle proteste popolari nelle strade di Addis Abeba, all’indomani delle contestate elezioni politiche del 2005.

Tsige era rimasto in carcere fino al febbraio del 2018. Era stato amnistiato e liberato dall’allora primo ministro Hailemariam Desalegn, in una ventata di rilasci di prigionieri politici nel tentativo di smorzare le proteste popolari iniziate nella regione Oromo alla fine del 2016 e che si erano diffuse in altre aree del paese – in particolare nella regione Amhara -, dovute a rivendicazioni territoriali nei confronti della confinante regione del Tigrai, ma di fatto radicate nel conflitto storico tra amhara e tigrini per il potere nel paese.

Dopo la sua liberazione, Asamnew Tsige era stato reintegrato e gli era stato affidato il comando delle forze di sicurezza della regione Amhara, dove era nato, anche se non aveva nascosto di aver conservato le sue idee nazionalistiche radicali che esponeva in dibattiti pubblici, fino a montare una campagna di reclutamento di una milizia etnica che doveva essere pronta a difendere i diritti della sua gente.

Evidentemente il governo della regione pensava di smontare con la sua nomina le rivendicazioni sempre più forti di una parte della popolazione che denunciava di sentirsi marginalizzata, prima dal potere centrale in mano ai tigrini dalla caduta del generale Menghistu Haile Mariam nel 1991, e poi anche da quello del nuovo governo di Abiy Ahmed, primo Oromo nella storia dell’Etiopia moderna a rivestire la carica di primo ministro.

Sembra che al momento dell’attentato, il governatore della regione Amhara, alleato del nuovo primo ministro, e i suoi stretti collaboratori, stessero discutendo di come arginare la campagna di reclutamento orchestrata da Asamnew Tsige, e si dice che fosse prossima la sua rimozione dal delicato incarico che ricopriva.

La nomina di Abiy Ahmed, avvenuta con un’alleanza tra il partito oromo e quello amhara nella coalizione di governo dell’Eprdf (Ethiopian Peoples Revolutionary and Democratic Front) e le sue profonde e velocissime riforme, hanno rimescolato le carte nelle stanze del potere a livello centrale e dei singoli stati federali. Dalla sua nomina è aumentata l’instabilità in diverse regioni, tanto che l’anno scorso ha visto un numero record di sfollati per conflitti interni nel paese.

Una dinamica simile a quella descritta nella regione Amhara si nota nella stessa regione Oromo, dove l’Olf (Oromo Liberation Front), reintegrato come forza politica l’anno scorso, starebbe invece fomentando conflitti locali attraverso milizie a lui riconducibili. Secondo analisti esperti delle dinamiche etiopiche, sarebbero in aumento anche le preferenze per i partiti nazionalisti regionali che cercano di posizionarsi per le prossime elezioni politiche, approfittando della crisi che sembra attraversare l’Eprdf, che fatica a trovare nuovi equilibri necessari a gestire un contesto politico tanto diverso dal precedente.

È aumentato anche il malcontento in diverse istituzioni, in particolare nelle forze di sicurezza e nell’esercito. Dopo essere scampato ad un attentato durante un comizio ad Addis Abeba, il 23 giugno dello scorso anno, Abiy Ahmed ha rimosso gran parte dei comandanti delle forze armate e di sicurezza, fino ad allora saldamente in mano ai tigrini. La misura evidentemente non è bastata, perché il primo ministro è dovuto intervenire di persona pochi mesi dopo per far rientrare un ammutinamento, potenzialmente pericoloso, seppur limitato.

Insomma, il nuovo corso etiopico che ha suscitato tante speranze a livello regionale ed internazionale, sta pagando un prezzo sul piano degli equilibri interni. Nei prossimi mesi il governo di Addis Abeba dovrà prendere i provvedimenti necessari a consolidare le riforme intraprese e dovrà agire in modo molto equilibrato per evitare che le attuali tensioni si trasformino in forze centrifughe che potrebbero mettere in gioco la tenuta complessiva del paese.

Nella foto il primo ministro Abiy Ahmed al momento dell’annuncio in televisione del tentato colpo di stato.