«La tappa finale di normalizzazione delle relazioni» tra Parigi e Kigali dopo più di un quarto di secolo di tensioni a volte vivissime. Questo doveva essere il viaggio di Emmanuel Macron in Rwanda.

Lo conosciamo, il giovane presidente francese. E non si è tradito nemmeno a Kigali, la capitale del Rwanda, dove si è recato il 27 maggio, a 27 anni dal «genocidio tutsi» (così lo ha definito anche lui) che ha fatto, sempre Macron che parla, «più di un milione di morti» (cifra fortemente contestata da chi ha voluto capire veramente che cosa è successo nella primavera del 1994 in Rwanda e ha contato i morti hutu per decine o centinaia di migliaia).

Un viaggio di riconciliazione, dunque, dopo un genocidio in cui la Francia è accusata di aver lasciato fare.

Un rapporto relativo al genocidio tutsi in Rwanda – il rapporto della commissione Duclert, incaricata di studiare il ruolo della Francia in Rwanda dal 1990 al ‘94, era stato presentato a Macron il 26 marzo scorso ‒ riconosce che le responsabilità di Parigi sono state “pesanti e schiaccianti”, ma che la Francia non è stata “complice”. Una lettura ratificata anche da un secondo rapporto, questa volta affidato dal regime di Kagame a uno studio statunitense. 

La Francia, domanda che in tanti si facevano, avrebbe dunque presentato le sue scuse per quanto fatto durante il genocidio dei tutsi in Rwanda? Da sempre, infatti, i tutsi, al potere dal 1994 con la presa di Kigali da parte del Fronte patriottico rwandese, rimproverano a Parigi di aver sostenuto il regime genocidario di Juvénal Habyarimana, il presidente hutu tragicamente perito nell’incidente aereo del 6 aprile 1994 che scatenò il genocidio.

Certo, Macron nel suo non lungo discorso (una ventina di minuti) al memoriale di Gisozi – distretto a nord della capitale dove sono sepolti i resti di 250 mila delle vittime del genocidio – ha usato anche il termine ibuka (ricorda, non dimenticare). Ovunque, al memoriale, si legge il verbo Kwibula, ricordati… «Vengo qui a riconoscere le nostre responsabilità» sul genicidio del 1994 in Rwanda, ha detto, aggiungendo però che la Francia «non si è resa complice» ma ha fatto «per troppo tempo prevalere il silenzio sull’esame della verità».

A Macron e al generale Kagame (doveroso ricordare che è tra i fondatori del Fronte patriottico rwandese che dall’Uganda, con la benedizione del presidente ugandese Museveni, invadeva il Rwanda nel 1990) interessava soprattutto normalizzare le relazioni tra Parigi e Kigali, dopo oltre 25 anni di tensioni legate appunto al ruolo svolto da Parigi nella tragedia del genocidio.

«Questo percorso di riconoscimento, attraverso i nostri debiti, i nostri doni, ci offre la speranza di uscire da questa notte e di camminare nuovamente insieme. Su questo cammino – ha detto ancora Macron nel suo discorso – solo coloro che hanno attraversato la notte possono, forse, perdonare, farci il dono di perdonarci».

Il discorso di Macron è stato un atto di «immenso coraggio», che ha «più valore delle scuse», ha detto il presidente rwandese Paul Kagame nella conferenza stampa congiunta a Kigali.

A noi che il discorso del presidente francese lo abbiamo seguito in diretta in originale, in una splendida mattina africana, ci è parso un ottimo discorso “diplomatico”, al di là dell’emozione evidente di trovarsi in un luogo fatto apposta per ricordare, ma dove l’onore della Francia è salvo benché a spese di chi era allora presidente, François Mitterrand – e Macron aveva allora solo 17 anni -, al momento dei tragici fatti che hanno insanguinato il Rwanda.

Ma finché non si parlerà di “genocidio rwandese” (non solo tutsi), la parola riconciliazione rimarrà vana e la stragrande maggioranza dei rwandesi, di etnia hutu, si sentirà emarginata da un potere dittatoriale, dove nessuna voce di opposizione può esprimersi senza rischiare grosso, impersonato dal volto tutsi di Paul Kagame, presidente praticamente a vita. Ma con i dittatori noi europei dobbiamo purtroppo trattare.

 

Di seguito vi proponiamo uno stralcio de L’armistizio franco-rwandese, l’analisi dello storico francese Gérard Prunier, in integrale nel numero di giugno di Nigrizia, disponibile in abbonamento anche digitale.

“Per comprendere la complessità dei rapporti franco-rwandesi è necessario risalire indietro nel tempo e tentare di definire il posto che l’Africa occupa nell’immaginario francese. Quando nel 1960 il generale De Gaulle – che all’epoca era il capo de facto di un governo condotto al potere da un colpo di stato militare derivato da una guerra coloniale (Algeria, 1954-1962) – si impegnò nell’enorme processo di smontare l’enorme costruzione dell’impero francese, si preoccupò prima di tutto dell’Africa.

La branca imperiale dell’estremo oriente, l’Indocina, era stata praticamente abolita con la sconfitta di Dien Bien Phu nel 1954 e il Maghreb era in via di rapido smantellamento con le indipendenze del Marocco e della Tunisia. L’Africa nera, sprovvista di strutture politiche precoloniali, oscillava nell’incertezza.

Ora De Gaulle sapeva che, senza la massa geopolitica dell’Africa francese, il futuro della madrepatria sarebbe stato alla mercé del dominio Usa uscito dalla Guerra Fredda. Voleva dunque approfittare di una decolonizzazione africana che avrebbe mantenuto Parigi in posizione dominante nei confronti di un’Africa nera indotta a un partenariato ineguale.

Ciò che vogliamo delineare in queste righe è l’idea di Communauté, concetto molto più direttivo di quello di Commonwealth britannico. Tradotto da Houphouët-Boigny, in seguito primo presidente della Costa d’Avorio, nell’espressione Françafrique, diventerà più tardi nel vocabolario dei suoi oppositori un termine di derisione associato alla nozione di neoimperialismo.

A Parigi si dirà piuttosto familiarmente «nostro giardino privato». E nel 1964 la repressione da parte dell’esercito francese del colpo di stato contro Léon Mba in Gabon porrà il problema della relazione di potere tra l’ex madrepatria e l’ex colonia.

Ciò introduceva implicitamente la domanda: come considerare quell’Africa – la maggior parte – che non proveniva dall’impero francese?”

 

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