Memoriale del genocidio in Rwanda

Dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Duclert sulle responsabilità della Francia nel genocidio del 1994, consegnato al presidente francese Macron il 26 marzo, il governo rwandese ha diffuso il 19 aprile un nuovo rapporto, denominato “Rapport Muse” per via del nome dello studio di avvocati americani (Washington) Levy, Firestone and Muse che lo ha stilato.

Curioso questo “dialogo” tramite interposti rapporti, anche se gli avvocati americani dicono che non si tratta di una risposta al rapporto francese «e che la ricerca in questione è stata compiuta prima della pubblicazione del rapporto Duclert». Ma essendo il rapporto Duclert in cantiere da due anni, non può trattarsi di una semplice coincidenza.

Perché questo impiego di intermediari per rispondere al rapporto francese? Senza dubbio per poter modificare le proprie posizioni senza troppo approfondire. E senza aver troppo l’aria di fare marcia indietro o di inginocchiarsi. Per muovere, se non verso una riconciliazione, almeno verso una conciliazione…

Ciò che è più paradossale è che, tenendo conto del tempo trascorso e della situazione attuale, la Francia e il Rwanda si ritrovano in posizioni assai simili a quelle che avevano trent’anni fa. Ciò che preme a Parigi è, mutatis mutandis, di mantenere l’influenza diplomatica della Francia in Africa. Come diceva François Mitterand nel 1957 (e il rapporto Muse lo cita con forza) «senza l’Africa, la France non avrà nessun peso nel XXI° secolo».

Ora questa influenza diventa sempre più difficile da mantenere se si tiene conto della guerra nel Sahel dal 2013 e della recente scomparsa (il 20 aprile) di Idriss Dèby, presidente del Ciad; e il presidente Macron non vuole sicuramente essere quello che va a giustificare, a posteriori, i timori di Mitterrand per la nostra epoca.

D’altro canto, il presidente Kagame ha visto poco a poco offuscarsi l’immagine dell’eroe salvatore che si era attribuita e gli è stata attribuita all’indomani del genocidio del 1994. L’orrore congolese degli anni 1996-2005 (guerre in Rd Congo), di cui è uno dei principali responsabili con le centinaia di migliaia di morti che ha causato e di cui finge di essere stato spettatore e non attore, fanno sì che la sua immagine sia molto più discutibile.

Dunque i due rapporti, Duclert e Muse, sono molto lontani dall’innescare un abbraccio caloroso tra Parigi e Kigali. Anche se il ministro degli esteri rwandese, Vincent Biruta, ha potuto dichiarare a Le Monde del 21 aprile: «Se Emmanuel Macron decide di visitare il Rwanda, saremo molto contenti di riceverlo». Chi ha una gamba sola si appoggia a uno zoppo per camminare un po’ meno male.

Non ci sono buoni e cattivi

Quello che si vede sono due ex nemici che si tollerano reciprocamente per poter continuare ad esistere in contesti i cui antecedenti storici saranno, se non dimenticati, almeno attenuati: un’ammissione di responsabilità parziale da parte della Francia, scambiata con accuse più accettabili provenienti da Kigali.

Se a questa inflazione diplomatico-analitica causata dai rapporti, si aggiungono i cinque ultimi libri sullo stesso tema apparsi negli ultimi tre mesi – quattro in francese e uno in inglese – si arriva a circa 3.700 pagine. La verità uscirà completamente nuda da questo diluvio di carta? Chiaramente no. Approssimativamente, sì, più o meno. Ma solamente per coloro che dispongono delle carte e dei codici per poterle decifrare.

Questo mi ricorda una osservazione del mio collega Filip Reyntjens (politologo belga) durante un convegno sul tema Francia-Rwanda negli Stati Uniti. Gli americani amano le categorie semplici e Filip tentava di spiegare le cose quanto più possibile vicine alla verità, quando un giornalista americano gli disse con una certa irritazione: «Ma, alla fine, chi sono i buoni e i cattivi in questa storia?».

Dopo un momento di riflessione, Filip rispose: «Se guardiamo solo i capi e se evitiamo di globalizzare le popolazioni, temo che ci siano solo cattivi». È l’immagine che emerge dal diluvio di documenti recenti.

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