Sostenitori di Adama Barrow

Senza grande sorpresa le presidenziali in Gambia hanno visto la conferma del cinquantaseienne Adama Barrow.

Il presidente sarebbe dovuto essere solo l’uomo della transizione dopo la ventennale dittatura di Yahya Jammeh. Invece ha cercato la rielezione a dispetto della promessa – fatta nel 2017 – di lasciare dopo tre anni.

Ampio il margine con cui si è assicurato la rielezione. Barrow, secondo i risultati resi noti dalla Commissione elettorale indipendente a poche ore dal voto, ha ottenuto circa il 53% dei voti vincendo facilmente su quello che era il suo principale contendente Ousainou Darboe del Partito democratico unito che ha ricevuto circa il 28% dei voti. Darboe è stato anche ministro degli esteri e vice presidente del governo Barrow. Ma disaccordi scoppiati nel 2019 gli hanno fatto cambiare strada. Così la ripartizione dei primi tre candidati: il Partito nazionale del popolo (Npp) di Barrow ha ottenuto 457.519 voti; a Darboe dell’Udp sono stati accreditati 238.233 voti e Mama Kandeh del Congresso democratico del Gambia è arrivato terzo con 105.902 voti.

Un sistema elettorale arcaico

C’è anche chi ha fatto notare il sistema arcaico di votazione in vigore in un paese dove l’analfabetismo rimane alto: il 45% della popolazione con punte più alte nella popolazione femminile.

In pratica si tratta di mettere un pezzettino di marmo in un tubo dove si riporta la foto e il colore corrispondente al candidato.

Ricordiamo che gli aventi diritto erano circa 1 milione su una popolazione di 2,4 milioni di abitanti; a votare sono stati 860mila, affluenza notevole secondo alcuni commentatori che mostra come i gambiani vogliano voltare comunque pagina rispetto all’era Jammeh.

Si è trattato della prima elezione presidenziale dopo anni e anni che non vedeva tra i partecipanti (gli altri, sempre senza reale possibilità di imporsi) l’ex dittatore ora in esilio in Guinea Equatoriale, dopo aver perso le elezioni del 2016 e aver rifiutato di accettare la sconfitta.

Un fantasma sul voto

C’è stato chi – nelle prime ore dall’ufficialità del risultato – ha dichiarato che fosse il paese, il Gambia, il vero vincitore di elezioni che nelle settimane passate erano state considerate a rischio. E questo per varie ragioni. A cominciare dal fatto che sulle consultazioni aleggiasse l’ombra dell’ex dittatore. Solo tre mesi prima delle elezioni, l’Npp – fondato nel 2019 da Barrow alla ricerca di un secondo mandato – aveva firmato una controversa alleanza con il partito di Jammeh, l’Alleanza per il riorientamento e la costruzione patriottici (Alliance for Patriotic Reorientation and Construction – Aprc), per raccogliere più voti.

Il sospetto è che Barrow abbia accettato di concedere l’amnistia a Jammeh per i crimini che ha commesso durante la sua dittatura in cambio del sostegno politico.

A questo punto si vedrà cosa accadrà nei prossimi mesi. Intanto, però, i risultati sono già stati contestati da quattro leader dell’opposizione, tra cui Darboe e Kandeh, che domenica hanno tenuto una conferenza stampa per confutare la credibilità del voto.

Tutto questo mentre migliaia di persone avevano preso d’assalto il Westfield Youth Monument, situato nel cuore di Serrekunda, sudovest della capitale Banjul, per celebrare la rielezione di Barrow.

Nel 2016 Barrow aveva vinto come candidato di una coalizione di opposizione che sfidava il governo di Jammeh, durato 22 anni. Dopo aver inizialmente accettato di dimettersi, Jammeh aveva cominciato a opporre resistenza provocando una crisi interna che aveva messo in allerta anche i paesi vicini dell’Africa occidentale che avevano cominciato a preparare l’invio di truppe per organizzare un intervento militare.

Esilio

Una crisi durata sei settimane, ma alla fine Jammeh fu costretto all’esilio. Il suo è stato un ventennio caratterizzato da arresti arbitrari, sparizioni forzate, esecuzioni sommarie. Oggi tutto questo è testimoniato nei fascicoli raccolti dalla Commissione per la verità, la riconciliazione e le riparazioni (Truth, Reconciliation and Reparations Commission – Trrc) nel corso di udienze durante anni.

Ed è proprio a pochi giorni dalle consultazioni del 4 dicembre, che la Commissione aveva consegnato il suo rapporto conclusivo – in tutto 17 volumi, 14mila pagine – al presidente Barrow, esortandolo a garantire che gli autori di violazioni dei diritti umani siano perseguiti.

Barrow ha promesso di farsi carico della giustizia per le vittime ma non tutti credono che questo avverrà. L’elezione del 4 dicembre era comunque guardata, sia nel continente africano sia da parte della comunità internazionale come un test della reale e pacifica transizione democratica del piccolo paese dell’Africa occidentale. E ora, si attende.

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