Compariranno davanti ai giudici il 4 giugno le 21 persone arrestate a Ho, capitale della Regione del Volta, in Ghana, durante una conferenza in corso al Nurses and Midwives Hotel. Si tratta di 16 donne e 5 uomini, ed è ormai da una settimana che si trovano in custodia. L’accusa? Sostenere e patrocinare le attività LGBTQI nel paese e il sospetto (così si legge nella nota rilasciata dagli uffici di polizia) che si tratti di gay, lesbiche e transgender.

Continua, dunque, l’atteggiamento persecutorio dello Stato ghaneano nei confronti non solo di chi manifesta apertamente la propria inclinazione sessuale ma anche – e forse soprattutto – degli attivisti.

Nel marzo scorso 22 persone erano state tratte in arresto nell’Eastern Region durante una cerimonia. Un atteggiamento derivato da una società bigotta e patriarcale e in cui la religione viene usata come un’arma contro chiunque la pensi diversamente dalla massa o manifesti atteggiamenti considerati peccaminosi e abominevoli. Il passo biblico più citato da politici, pastori (molti dei quali improvvisati e senza alcuna nozione religiosa), giornalisti e gente comune è quello che riguarda Sodoma e Gomorra.

Nell’ultimo anno la tensione e le molestie nei confronti del movimento LGBTQI sono andate intensificandosi. Qualche mese fa la polizia aveva fatto irruzione e distrutto suppellettili e materiali nel primo centro di sostegno psicologico e legale alla comunità LGBTQI ghaneana, appena inaugurato alla periferia di Accra. Dopo quell’episodio gli attivisti avevano convenuto di evitare qualsiasi provocazione e di tenere chiuso il centro allo scopo di proteggere la comunità gay.

L’intervento della polizia era stato anche sollecitato dalla conferenza dei vescovi della Chiesa cattolica in Ghana che avevano chiesto al presidente Nana Akufo-Addo di prendere provvedimenti. E in una nota avevano condannato il sostegno alla comunità gay e invitato l’apparato legislativo ed esecutivo dello stato a non accettare alcuna proposta di legge per legalizzare i diritti degli LGBTQI in Ghana.

Ma su questo non c’è da temere visto che il paese e il mondo politico stanno andando in tutt’altra direzione. Alla legge, di eredità coloniale, che considera criminale il rapporto “non naturale” e che ha reso la vita difficile per i gay – come ricordava un rapporto del 2018 di Human Rights Watch – ora se ne vogliono aggiungere altre e più specifiche. Tra i principali fautori, il ministro dell’Informazione, Kojo Oppong Nkrumah, che a febbraio ha proposto una legge contro le attività di advocacy del movimento LGBTQI.

Una sorta di bavaglio preventivo che mira a silenziare una volta e per tutte – con la minaccia della prigione – chi si espone per chiedere e difendere i diritti dei gay. Idea sostenuta fortemente in parlamento da entrambi i principali partiti, quello del governo (NPP), e quello all’opposizione (NDC).

E prima di tutti, ad essere d’accordo, è la ministra di genere, infanzia e protezione sociale, Sarah Adwoa Safo, che aveva dichiarato: «Quella LGBTQI è una questione che crea controversie, ma le nostre leggi su tali pratiche sono chiare. Si tratta di una pratica criminale e il crimine compiuto da persone LGBT non è negoziabile. Anche la nostra cultura le disapprova».

Una legge del genere – aveva commentato Rightify Ghana – spazzerebbe via il diritto di parola e di espressione per la comunità LGBTQI e chi la sostiene. Ovviamente la comunità di attivisti ghaneani non è rimasta a guardare, seppure l’atmosfera sia sempre più tesa e parlare divenga sempre più rischioso.

Il movimento si appella alla comunità internazionale – ricordiamo che anche la sede dell’Ue in Ghana si era fatta sentire a sostengo della comunità gay a seguito della chiusura del centro alla cui inaugurazione avevano partecipato rappresentanti Ue insieme ad altre rappresentanze diplomatiche all’estero.

Ma si appella anche al proprio presidente, continuando a ricordargli – come fa da tempo – che lo stato ha il dovere di proteggere le minoranze e non lasciare che un suo strumento, come la polizia, agisca incitando odio e violenza verso una parte della cittadinanza. Cittadini di una minoranza, sotto attacco e senza protezione. Mentre media e leader religiosi organizzano incontri di preghiera nazionali – come è accaduto lo scorso marzo – al grido di “l’omosessualità è un peccato deprecabile agli occhi di Dio”.

Il presidente, intanto, ha sempre rimarcato le sue posizioni: i matrimoni gay non saranno mai legalizzati in Ghana. Dichiarazioni che poggiano su nulla, visto che il movimento LGBTQI ghaneano non ha mai avanzato una proposta del genere, ma si è sempre concentrato sul rispetto dei diritti e sulla protezione della minoranza gay nel paese. #ReleaseThe21 e #ReleaseAllThe21 sono gli hashtag lanciati sui social e che stanno provocando grande rumore.

Dicevamo che da parte dei leader del movimento non c’è segno di resa, né di paura – nonostante alcuni di loro abbiano deciso di rimanere in silenzio per evitare ulteriori ripercussioni nei loro riguardi e nei confronti degli arrestati.

Nigrizia ha raggiunto Alex Kofi Donkor, direttore del movimento LGBT+ Ghana che ci ha spiegato come sono andate le cose e quali sono le azioni in corso. «Il meeting – dice Donkor – non era fuorilegge, come hanno detto. Nella sala sono entrati giornalisti e polizia e hanno cominciato a fotografare, riprendere con le telecamere e poi procedere agli arresti. I nostri colleghi stavano svolgendo un training riguardo comunità e persone vulnerabili – compresi gli LGBTQI, e solo per questo sono stati prelevati dalla sala».

Un’azione che rappresenta una chiara persecuzione degli LGBTQI e una vera e propria violenza di Stato. Alex Donkor sottolinea anche gli sforzi per sollecitare e sensibilizzare la comunità internazionale e la richiesta dell’immediato rilascio delle 21 persone che ora si trovano in custodia cautelare. Inoltre, fa sapere l’attivista, si sta formando un team legale per difendere gli arrestati in questa fase e in un eventuale processo.

Il direttore del movimento LGBT+ Ghana sottolinea quanto le persone LGBTQI siano costantemente sottoposte ad abusi e vivano in costante stato di paura e di discriminazione operata e alimentata da attori statali, la polizia in primis che dovrebbe difendere ogni cittadino ma che – essa stessa – ne viola i diritti.

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