Manifestazione per la libertà di stampa in Nigeria

Con il 178esimo posto a livello globale l’Eritrea si conferma il paese africano con il ranking peggiore per ciò che concerne la violazione della libertà di stampa. A dirlo è il World Press Freedom Index 2020, diffuso il 19 aprile da Reporter senza frontiere.

Maglia nera a otto nazioni

Un dossier che non fa sconti al continente africano, dove sono ben otto gli Stati a cui è stata affibbiata la maglia nera – oltre l’Eritrea, anche Libia, Egitto, Sudan, Gibuti, Somalia, Guinea Equatoriale e Burundi – in cui, di fatto, i giornalisti che denunciano i soprusi dei regimi autoritari, rischiano ogni giorno di venire arrestati o essere uccisi.

In Africa, nonostante la caduta di diversi dittatori negli ultimi anni, la pressione dei governi sui giornalisti continua a essere soffocante e si esprime non solo attraverso arresti ordinari e lunghe detenzioni senza regolari processi, ma anche tramite attacchi sul web e l’emanazione di leggi repressive.

A fronte di paesi dove la situazione, seppur faticosamente, sta migliorando – come il Sudan che rispetto al 2019 ha scalato 16 posizioni risalendo al 159esimo posto dopo la deposizione del dittatore Omar El-Bashir – ve ne sono altri che hanno fatto il percorso inverso. Vale per le isole Comore (19 posizioni perse rispetto al 2019), per il Benin (17 posizioni) e la Tanzania, che ha addirittura perso 57 posizioni tra il 2016 e il 2020.

In generale resta però la Somalia il paese off limits per i giornalisti. In questo Stato fallito, ostaggio dei jihadisti di al-Shabaab e della corruzione che pervade le istituzioni governative e le forze di sicurezza, hanno perso la vita la metà dei 102 giornalisti uccisi in Africa negli ultimi dieci anni. Omicidi che quasi sempre sono rimasti impuniti.

Delegittimazione e arresti arbitrari

Uno dei mezzi più usati dai regimi autoritari per neutralizzare i giornalisti scomodi è, come detto, quello degli arresti arbitrari. Nel 2019 ne sono avvenuti 171 solo in Africa sub-sahariana. E dove sono in vigore leggi che, sulla carta, dovrebbero tutelare la libertà di informazione, l’ostacolo viene scavalcato attraverso accuse di terrorismo, spionaggio, truffe o crimini informatici.

Proprio il web e i social network, da piattaforme che per loro stessa natura dovrebbero facilitare il pluralismo dell’informazione, molto spesso finiscono per trasformarsi in terreni minati per i giornalisti. In Sudan, ad esempio, a monitorare ogni presa di posizione sospetta è la Cyber Jihadist Unit, agenzia collegata direttamente ai servizi di intelligence di Khartoum.

In Kenya nel 2019 il Nation Media Group, il primo network di media privato del paese, è stato per mesi oggetto di una campagna diffamatoria fomentata dal governo e rilanciata sui social con l’hashtag #NationMediaGarbage.

La tattica della diffamazione viene adoperata sistematicamente anche in Egitto, dove le accuse di fake news vengono confezionate dal governo e date in pasto a squadre di troll sui social media per zittire le voci di dissenso. Mentre spetta al Ciad il triste primato di aver spento per più giorni consecutivi Internet: ben 470 tra il 2018 e il 2019.

Emergenza coronavirus

Rilevante per comprendere in che misura i regimi stanno provando a sfruttare l’attuale fase emergenziale dovuta alla pandemia Covid-19 per stringere la morsa attorno ai dissidenti, è il caso dell’Algeria. Qui lo scorso 29 marzo Khaled Drareni, responsabile del sito Casbah Tribune e corrispondente in Algeria per RSF e TV5 Monde, è stato arrestato vicino a Blida, epicentro dell’epidemia nel paese, e ora rischia fino a dieci anni di prigione per l’accusa di aver incitato «un raduno disarmato» mettendo così in «pericolo l’unità nazionale».

Simile al caso algerino è quello della Repubblica democratica del Congo, dove i giornalisti che coprono le notizie riguardanti l’epidemia di Ebola vengono regolarmente presi di mira.

Così come in Somalia, la situazione è totalmente fuori controllo anche in Libia (164esimo posto). Nel paese i pochi giornalisti che non sono fuggiti all’estero, per sopravvivere sono costretti a fare da megafono o alle milizie che sostengono a Tripoli il Governo di accordo nazionale del premier Fayez Al Serraj, o al Libyan national army del generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

Timidi segnali di apertura verso i giornalisti si registrano in Marocco (133esimo posto), dove però la creazione di un Consiglio della stampa non può bastare da sola per garantirne una maggiore tutela. Mentre si mantiene stabile la situazione in Tunisia (72esimo posto), paese in cui l’elezione del nuovo presidente Kais Saied nell’ottobre del 2019 potrebbe però rendere più difficile la vita a chi prova a fare informazione in modo indipendente.