Da Nigrizia di giugno 2012: l’ennesimo golpe
Il colpo di mano militare tra il primo e secondo turno delle elezioni presidenziali sembra frutto del teatro dell’assurdo: non se ne conosce l’ispiratore né si sa chi lo manovra. La comunità internazionale vorrebbe sanzioni pesanti contro i golpisti, mentre l’Angola è interessata al nuovo business con Bissau. Ma se regna la confusione nella capitale, il putsch non ha minimamente inciso sulla quotidianità dei villaggi.

Eccomi di nuovo in Guinea-Bissau, alla vigilia del primo turno delle elezioni presidenziali (18 marzo). Penso, come sempre appena ci metto piede, che questo paese sia un libro aperto. Ne puoi fare una prima lettura. Ma poi, per capire i significati più profondi, devi risfogliare le pagine, soffermarti su certi passaggi, interpretare le singole frasi, inciampare su collegamenti inattesi. La direzione del vento, penso, è segnata. A meno che qualcosa d’imprevisto, ma sempre possibile in un paese di forti passioni politiche e ormai imprigionato nella rete del narcotraffico, non provochi bruscamente una interruzione della corrente, una sua deviazione.

 

Intanto, mi guardo intorno, incontro personalità politiche, intellettuali, commercianti, tecnocrati, diplomatici, missionari. Tutto sembra dire che la nuova era Gomes è già cominciata nelle piccole grandi cose. Prendiamo la statua di Amilcar Cabral sul piazzale dell’aeroporto: donata dai cubani molti anni fa, era rimasta in uno scantinato negli anni in cui pronunciare anche solo il nome di Cabral era un atto ardimentoso. Poche settimane fa, si è inaugurato uno spazio culturale a Bissau Velha: è l’antica prigione della città coloniale, non lontana dalla fortezza settecentesca, dove si praticava la tortura a morte. Ora si chiama Casa dos Direitos ed è stata voluta dall’ex primo ministro Carlos Gomes Júnior, poi candidato-presidente per investitura del Partito africano dell’indipendenza della Guinea e Capoverde (Paigc). Gomes, tuttavia, non è stato mai un vero militante del partito egemone in Guinea-Bissau, e men che mai un combattente per la libertà.

 

Un mix d’ideologia e pragmatismo: ecco Carlos Gomes Júnior, primo ministro dal 25 dicembre 2008, oltretutto un uomo d’affari, considerato tra i più ricchi del paese. Nel suo discorso pubblico si mescolano vecchi simboli ideologici e retoriche elettorali. Il programma non esiste, se non come un manifesto propagandistico, con qualche slogan che galvanizza la gente, ed è buono per le organizzazioni internazionali.

 

Chiaro, invece, il pragmatismo delle cose che si possono fare, con le persone che di volta in volta si rendono disponibili o utilizzabili. Senza farsi tanti problemi. La campagna elettorale – lo dicono tutti – è finanziata dall’Angola, che, mentre coltiva numerosi interessi finanziari, mette in piedi una cooperazione bilaterale con aiuti consistenti e gioca senza pudore il gioco del sostegno alla democrazia. E poco importa se la cosa non è proprio gradita a paesi, come il Senegal e la Nigeria, che vogliono mantenere la loro supremazia, anche “morale”, nell’area.

 

Risultato scontato

Incrocio “Cadogo”, come tutti qui chiamano Gomes, al termine di un incontro nella capitale, in procinto di recarsi a un altro comizio elettorale a Quebo, da dove provengo e dove ho visto come si preparano ad accoglierlo. L’aria è festosa. Le misure di sicurezza sono lasche: a quanto sembra, chiunque può avvicinare il candidato. La gente è tanta, il consenso dei diversi centri d’interesse è vasto, anche se per qualcuno occorre turarsi il naso al momento di un voto senza alternative reali. Ma l’onda è forte. Si vagheggia di una vittoria al primo turno. Nelle condizioni date, Gomes è senza rivali. Anche se ci sono 10 candidati, considerando pure i due transfughi del Paigc, Manuel Serifo Nhamadjo e Baciro Dja. Quanto ai poteri tribali, espressi soprattutto dall’etnia balanta, si sono messi all’angolo con l’impresentabile candidatura di Kumba Yalá, già presidente della repubblica, deposto da un colpo di stato militare nel 2003.

 

Ma, per l’appunto, che faranno i militari? E perché dovrebbero fare qualcosa, se non per garantirsi le possibilità di continuare a fare affari con il narcotraffico?

 

E così, “Cadogo” sbaraglia tutti, secondo le unanimi previsioni. Ma non vince al primo turno: 49% contro 23% del secondo arrivato, Kumba Yalá, che subito dice che ci sono stati brogli e che non andrà al ballottaggio. Il primo scrutinio si è svolto senza problemi; l’appuntamento per il secondo turno è il 29 aprile. Tutto bene, dunque? Così pare. Ma qualche settimana dopo, il 12 aprile, i militari effettuano un colpo di stato: coprifuoco, dissolvimento delle istituzioni repubblicane, sospensione delle libertà democratiche, arresto di “Cadogo” e del presidente ad interim Raimundo Pereira.

 

Dopodiché, comincia una rappresentazione degna del miglior teatro dell’assurdo. Intanto, non si sa bene chi sia l’ispiratore: qualche politico (in un primo tempo, si pensa a Kumba Yalá)? O tutto nasce, forse, nel chiuso dei circoli militari? Non si sa neppure chi conduca il gioco. Appare un portavoce, tal generale Daba Na Walna, sconosciuto ai più. Secondo voci diffuse nel paese, tuttavia, sembra che l’anima dei golpisti sia il capo di stato maggiore dell’esercito, gen. Antonio Indjai, che i militari, però, dicono di aver deposto. Certo è che i primi balbettii di spiegazione, che si rendono intelligibili dopo qualche giorno, sono di un’inconsistenza logica e politica di cui s’è visto raramente l’eguale in Africa. Si sostiene, infatti, che Gomes abbia stipulato un accordo segreto con l’Angola per mettere sotto tutela le forze armate della Guinea-Bissau. E perciò, il primo atto ufficiale della giunta è di chiedere all’Angola il rimpatrio di un suo contingente militare di stanza a Bissau, nel quadro della missione angolana (Missang). La consistenza della truppa è ignota: chi dice 200 uomini, chi 600. Tutti osservano, però, rigide consegne di non intervento durante lo svolgimento del golpe.

 

I due scenari

Si profilano a questo punto due scenari, uno interno, l’altro internazionale: entrambi più chiassosi che concludenti. Il primo vede la giunta militare tentare un accordo con l’opposizione, per gestire insieme un governo di transizione della durata di ben due anni, in un primo tempo, poi ridotti a uno. Si fa il nome di Manuel Serifo Nhamadjo, ex presidente ad interim del parlamento, ma questi smentisce: dice che non guiderebbe mai un processo fuori dalla legalità. Il secondo scenario vede, a sua volta, due protagonisti: la Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale (Cedeao) e la Comunità dei paesi di lingua portoghese (Cplp). Quest’ultima preconizza la linea dura: ritorno all’ordine costituzionale e ripresa del processo elettorale, altrimenti sanzioni forti e persino intervento militare. Su questa linea, caldeggiata dal Portogallo, si attesta il Paigc. L’Angola, che svolge il turno di presidenza, si affretta a dire che, se la comunità internazionale glielo chiede, è pronta a mantenere nel paese il suo contingente militare, che qualche giorno prima delle elezioni si era detta disposta a ritirare.

 

Fatto sta che, dopo un mese dal golpe, la situazione è ancora stagnante e le manovre diplomatiche, in pieno svolgimento, non cessano di sorprendere. Una delle ultime è datata 11 maggio. Dopo una riunione- fiume con una delegazione della Cedeao – dove sembra abbiano partecipato proprio “tutti”, anche se a porte chiuse -, il mediatore nigeriano ha annunciato che l’uscita dalla crisi si farà alle condizioni dettate dalla giunta, sotto la presidenza di Nhamadjo. Il quale, nel frattempo, ha accettato la designazione ad interim. La Cplp non è certo contenta e, come si poteva ben comprendere, il Paigc grida allo scandalo anti-costituzionale. Una storia da seguire, dunque.

 

L’unico dato certo e positivo da registrare, finora, è la liberazione di “Cadogo” e di Pereira, che forse sono ancora in Costa d’Avorio, dove erano stati trasferiti all’uscita dalla prigione e dove osservano uno strettissimo riserbo.

 

Indifferenza sovrana

Nel paese, intanto, la vita continua, come se (quasi) niente fosse. Dopo qualche giorno di attesa, ritorna la vivacità quotidiana a Bissau. Nel resto della nazione l’indifferenza è sovrana: le faccende di Bissau appartengono alle cricche della capitale e ai loro giri, interessi, clientele, mangiatoie. Quel che avviene là non ha niente a che fare con le profondità culturali del popolo guineano. Un esempio? Cosa importano le fibrillazioni della capitale ai giovani che convergono nel villaggio di Essucudjac, nell’estremo nord, per partecipare alla lotta rituale ewagen ay, la più grande cerimonia felupe, che raccoglie genti provenienti da tutto il mondo diola, anche in terra senegalese? Organizzata per classi di età, la luta incorona campioni che non hanno ricompensa alcuna e nessun riconoscimento politico, ma, come nell’antica Olimpia, risplendono degli onori e della fama della loro vittoria.

 

No, il colpo di stato non incide neppure sulla quotidianità dei villaggi: sulle scuole per l’infanzia come su quelle elementari e su quelle professionali, sull’estrazione e sul commercio del sale solare, sulla pesca nelle rias e sulla commercializzazione del pescato, sul lavoro delle missioni e delle Ong, sulle cooperative agricole o artigianali, sulle associazioni femminili o giovanili che s’inventano ogni giorno nuove attività e nuovi stili di vita. Senza dire del narcotraffico e delle micidiali filiere corruttive che esso alimenta. Lo stato non c’entra niente con tutto questo. È evanescente. Una rete di poteri surrogatori agisce sul terreno e cerca in qualche modo di svolgere le funzioni amministrative, politiche, economiche e sociali che i governi bissau-guineani non sono in grado, da gran tempo, di assicurare. E, dunque, se ci si affannasse un po’ meno per la messa in scena del potere cosiddetto legale e si pensasse un po’ di più alla realtà legittima dei popoli e dei territori?

 


 



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