Slitta ancora la data del ballottaggio
A tre giorni dal voto, la data del secondo turno delle elezioni presidenziali in Guinea è stata nuovamente spostata, senza fissare una nuova scadenza. Una crisi politica che nasconde gli scontri tra le due principali etnie del paese per il potere. In audio l’analisi di Aladji Cellou Camara, giornalista di Conakry, rifugiato politico in Italia.

Situazione politica e sociale ancora sospesa in Guinea dopo il secondo slittamento del ballottaggio presidenziale che dovrebbe riportare il paese ad un governo civile dopo venticinque anni di regime militare. Le elezioni, annunciate come le prime libere e democratiche dall’indipendenza del paese dalla Francia nel 1958, si sono svolte il 27 giugno e il secondo turno, inizialmente fissato al 18 luglio, è già stato rinviato al 4 agosto e poi ancora al 19 settembre.

 

Ma ieri sera, tre giorni prima del nuovo appuntamento con le urne la Commissione elettorale nazionale indipendente ha annunciato un nuovo slittamento a data da definirsi. Poco dopo è arrivato l’appello del Presidente ad interim, il generale Sékouba Konaté, a Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso e mediatore della crisi: “il paese rischia impasse” ha detto il militare.

 

Sul ballottaggio pesano le accuse di parzialità rivolte alla Commissione elettorale – ma anche allo stesso primo ministro – dal candidato Cellou Dalein Diallo, ministro e premier durante il regime militare di Lansana Contè e leader dell’Unione delle forze democratiche guineane (Ufdg).

 

Ma la situazione è degenerata dopo la sentenza della magistratura che aveva condannato ad 1 anno di carcere due alti funzionari della Commissione, ritenuti responsabili di aver cancellato 600.000 voti a favore del leader storico dell’opposizione, Alpha Condé al primo turno delle presidenziali. Uno di questi, Ben Sekou Sylla, presidente della Commissione elettorale, è poi morto martedì a Parigi, dove si trovava ufficialmente per un ciclo di cure.

 

Due giorni dopo quella sentenza, lo scorso fine settimana, i sostenitori dei due candidati si sono scontrati con violenza a Conakry. Le manifestazioni hanno provocato un morto e 50 feriti, ma anche la conseguente decisione del governo di sospendere la campagna elettorale e tutte le manifestazioni di piazza.

Sullo svolgimento del secondo turno nella data prevista pesa comunque la lentezza della Commisione elettorale che non ha ancora portato a termine l’affissione dei registri dei votanti e la trasmissione del materiale ai seggi.

 

Dietro alle tensioni politiche si nasconde però lo scontro etnico per la conquista del potere. Diallo, arrivato al ballottaggio con il 43,69% dei consensi, è l’esponente politico della comunità Peul, gruppo maggioritario nel paese. Conde, uscito dal primo turno con il 18,25% dei voti, rappresenta la seconda etnia in termini numerici: quella dei Malinke.

 

Secondo Aladji Cellou Camara, giornalista guineano rifugiato politico in Italia, si tratta di elezioni (e di voti) assegnati finora essenzialmente su base etnica: “I Peul, che sostengono Diallo, sono convinti che sia arrivato il momento per loro di ottenere il potere, dopo la presidenza di Ahmed Sékou Touré, Moussa Dadis Camara e Sékouba Konaté (Malenke) e i 22 anni di Lansana Contè, di etnia Sousou”. Per Conde questa rappresenta invece l’ultima occasione di raggiungere il potere, a 72 anni e dopo 50 anni all’opposizione. I brogli comunque, precisa Camara, sono stati fatti da quasi tutti i 24 candidati nelle rispettive regioni di appartenenza.

 

Ieri il presidente di transizione, il generale Konaté ha ribadito la neutralità dell’esercito e la fedeltà al nuovo presidente civile eletto, chiunque esso sia. Ma nessuno può escludere che questo tipo di spaccatura possa, a elezioni concluse, trasferirsi anche all’interno dell’esercito.

 

(In audio l’intervista realizzata da Michela Trevisan e Ismail Ali Farah ad Aladji Cellou Camara, giornalista guineano, ex direttore del quotidiano “L’Indépendant”, costretto a fuggire dal paese nel marzo 2005 dopo aver pubblicato l’ennesimo editoriale critico nei confronti del regime di Lantana Conte. Oggi è rifugiato politico in Italia).