Ciad / Il verdetto
L’ex dittatore del Ciad, Hissene Habré, ieri è stato condannato all'ergastolo per crimini contro l’umanità, violenza e schiavitù sessuale, commessi tra il 1982 e il 1990. Un successo per la giustizia africana e per i diritti delle donne. È la prima volta nella giustizia internazionale che un capo di stato viene condannato per violenza sessuale.

Il verdetto è piombato poco dopo le 11 nella sala n.4 del Palazzo di Giustizia di Dakar, che dal giorno della loro inaugurazione nel 2013 accoglie le Camere Straordinarie Africane (Cae). È il giudice burkinabé Gustavo Kam a pronunciarlo: «La Camera ha preso in conto l’estrema gravità e l’ampiezza dei crimini per cui l’accusato è ritenuto colpevole e della responsabilità che ha avuto durante la repressione. La Camera lo condanna alla prison à perpetuité».

Dopo 8 anni di crimini durante la presidenza in Ciad (1982-90), 23 anni di libertà indisturbata in Senegal, 2 anni e mezzo in prigione a Dakar dopo l’arresto ordinato dalle Cae il 30 giugno 2013 e 9 mesi di processo (iniziato ufficialmente il 20 luglio, ma sospeso al 7 settembre), il 74enne Hissene Habré finirà i suoi giorni in carcere. L’età e il fatto di essere padre di famiglia non hanno attenuato la severità della pena, malgrado il giudice lo abbia rilasciato da alcuni crimini di guerra e lo abbia esonerato dalla confisca dei beni. I crimini imputati ad Habré restano quelli contro l’umanità (omicidio volontario, arresti, imprigionamenti ed esecuzioni di massa, sparizioni, condizioni inumane di detenzione, violenze sessuali) e tortura: ricordiamo che secondo le inchieste compiute da Human Right Watch, da un’equipe nazionale del Ciad e dalla giustizia belga, la macchina repressiva di Habré ha causato circa 40.000 vittime.

Habré impassibile.
Da parte sua l’ex dittatore, è rimasto imperturbabile durante la lettura del verdetto; come del resto aveva sempre fatto durante tutto il processo, da lui considerato un illegittimo e criminale complotto dell’Occidente nei suoi confronti. Habré non aveva neanche mai collaborato con i suoi avvocati, che infatti erano stati nominati d’ufficio dalle Cae. Dal canto suo, la Difesa ha proseguito nel decantare la mancanza di prove sui crimini per cui Habré è stato condannato. Legalmente, hanno da oggi 15 giorni di tempo per fare ricorso. In tal caso, un’altra corte dovrà formarsi e il processo ricomincerà.

La gioia delle vittime
«Sono la vittima più appagata, non ho le parole», commenta Clement Abaifouta, presidente dell’Associazione associazione delle vittime dei crimini del regime di Hissene Habré (AVCRHH), subito dopo il verdetto. Evidentemente, la commozione delle vittime ieri è stata grande: per loro è il lieto fine di una difficile battaglia legale, iniziata dal momento della costituzione della loro associazione dopo la caduta di Habré e con le denunce da loro sporte contro di lui nel 2000 a Dakar. Dopo due rifiuti da parte del Senegal sotto la presidenza di Abdoulaye Wade a condannare l’accusato, è stato sotto la presidenza di Macky Sall che è avvenuto l’accordo tra il paese e l’Unione Africana per formare il primo tribunale “speciale” africano incaricato di “giudicare i crimini avvenuti in Ciad tra il 1982 e il 1990”.

Vittoria per l’Africa e per le donne
Fin dall’inizio, il processo era stato salutato come un trionfo per la giustizia in Africa, proprio perché sarebbe stata la prima volta che un tribunale africano, sul continente, avrebbe giudicato un altro capo di stato africano. Un altro importante elemento di innovazione di tutta questa vicenda è stato il protagonismo delle vittime, che sono stati i reali promotori della lotta che ha portato il responsabile delle loro atrocità davanti alla barra degli imputati.
Oggi, non solo l’immagine dell’Africa nella lotta contro l’impunità ne esce riscattata. Alla luce del verdetto, infatti, i giudici africani possono vantarsi di aver fatto fare un passo avanti nella giustizia internazionale, avendo condannato Habré anche per violenza sessuale nei confronti di Khadija Hassan Zidane: una donna la cui testimonianza aveva scioccato i presenti nell’aula del tribunale e irritato gli avvocati della difesa di Habré.
«È la prima volta nella giustizia internazionale che un capo di stato viene condannato per violenza sessuale: non per averlo incoraggiato, ma per averlo compiuto personalmente. Questo è un messaggio forte: nessun dirigente, per potente che sia, deve considerarsi al di sopra della legge, così come nessuna donna o ragazza ne è al di sotto», commenta Reed Brody, consigliere di Human Right Watch nella conferenza stampa delle vittime e dei loro avvocati che si è tenuta ieri pomeriggio a Dakar.
L’avvocato senegalese delle parti civili Assan Dioma Ndiaye gli fa eco: «Oggi dei giudici africani hanno mostrato che l’Africa può essere un diapason nel quadro della definizione dei crimini internazionali: il crimine di violenza sessuale è stato considerato come crimine autonomo di tortura e crimine contro l’umanità. Questo è importante: tutti sappiamo come durante i conflitti in Africa la violenza sessuale venga utilizzata come arma contro i nemici».
È proprio l’avvocato ciadiano Jacqueline Moudeina a qualificare questa decisione come «una vittoria per i diritti delle donne». Lei, come tutta l’equipe di avvocati e sostenitori delle vittime, lavoreranno nei prossimi mesi al risarcimento da parte di Habré: si ipotizza già ora la creazione di un fondo specifico.

Deby, il grande assente
Non pochi, in Senegal e in Ciad, hanno considerato in questi mesi il processo ad Habré come non equo, a causa dell’assenza tra gli accusati dell’attuale presidente ciadiano Idriss Deby, che rovesciò Habré nel 1990. All’inizio del governo del’ex dittatore, Deby aveva infatti avuto delle responsabilità durante la repressione a sud del paese. È Jacqueline Moudeina a controbattere sulla questione durante la conferenza stampa: «Noi non abbiamo ricevuto delle querele contro Idriss Deby. Se ci fosse qualcuno che vuole denunciarlo, che si faccia avanti, lui non sarà al di sopra della legge (…). Pensate che non saremmo capaci di condurre Deby davanti alla giustizia?».

Esempio che incoraggia
Il processo ad Habré vuole essere un monito per tutti i dirigenti africani che, mentre il loro ex omologo ciadiano viene condannato, stanno violando indisturbati i diritti delle loro popolazioni. Ma vuole anche essere un incoraggiamento per le loro vittime: se si organizzano, troveranno sia il sostegno delle organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo e che degli strumenti giuridici internazionali per portare avanti la loro lotta
Forse, ora, la lenta marcia africana nella lotta per l’impunità inizia veramente a dotarsi di strumenti concreti: se Assane Ndiaye ha annunciato ieri la formazione di una Camera penale in seno alla Corte Africana dell’Unione Africana, il segretario generale dell’associazione locale di difesa dei diritti umani Raddho, Aboubacry Mbodj, ha esortato alla formazione in Africa di una giurisdizione permanente che possa giudicare i colpevoli di crimini internazionali sul continente.

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*Luciana de Michele è giornalista freelance. Il suo blog: http://africalive.info/

 

Nella foto in alto l’ex dittatore ciadiano Hissene Habré.

Nella gallery alcuni momenti dell’udienza finale del processo, ieri a Dakar. (Foto di: Luciana de Michele)