Ciad / Processo al tiranno
In Corte d’Assise a Dakar (Senegal) sfilano coloro che hanno subito le violenze del regime e hanno visto all’opera i servizi di sicurezza dell’ex presidente. Rincarano la dose Amnesty International e Human Right Watch. Sentenza attesa per fine mese.

Le parole nella sala della Corte d’Assise del Palazzo di Giustizia di Dakar risuonano nel silenzio: «Sono vittima e testimone: mi hanno incarcerato, torturato e bastonato. E se la Corte me lo permetterà, mostrerò i segni sul mio corpo». Così si è presentato il 28 settembre davanti alle Cae (Camere africane straordinarie) Ahmat Maki Outman, vittima delle atrocità commesse dalla polizia istituita da Hissène Habré durante il suo regime (1982-90) in Ciad, la Dds (Direzione della documentazione della sicurezza). La colpa di Outman era stata di aver assistito all’esecuzione di 12 missionari di etnia hadjaray, e di aver vissuto con due fratelli di quella stessa etnia che si erano rifugiati nel suo villaggio: «Avevo 19 anni. I fatti sono successi davanti a me. Li hanno giustiziati tutti», conferma il testimone.

40mila morti
I fatti denunciati da Outman si contestualizzano in una delle iniziative repressive di cui Hissène Habré, accusato di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e tortura, è indiziato come diretto responsabile: gli arresti e le esecuzioni di massa contro alcuni gruppi etnici del Sud, come gli hadjaray (1987) e gli zaghawa (1989-90).
A tre settimane dall’inizio del processo contro l’ex dittatore ciadiano, continuano le udienze dei testimoni. Se a iniziare sono stati gli “esperti”, che hanno presentato il contesto storico-politico del governo Habré, la parola è poi passata agli esponenti delle organizzazioni di difesa dei diritti umani, al presidente della Commissione di inchiesta nazionale del Ciad incaricata nel 1992 di indagare sui crimini commessi sotto Habré, e a un ex agente della Dds. È dall’inizio di questa settimana che finalmente coloro che hanno subito le atrocità degli agenti della Dds hanno iniziato a testimoniare.
Mahamat Hassan Abakar, presidente della Commissione di inchiesta del Ciad, ha esposto il 15 settembre le cifre del tragico bilancio della repressione diretta da Habré: 40.000 vittime, più di 80.000 orfani e più di 30.000 vedove.
Obiettivo della Corte è appunto di stabilire se Habré fosse a conoscenza e direttamente responsabile delle torture e delle gravi violazioni dei diritti umani commessi dalla Dds, e di averne le prove.

Le denunce delle ong
In questo senso sono state rilevanti le deposizioni degli attivisti di Amnesty International e Human Right Watch. Mike Dottrige ha spiegato il 14 settembre come il lavoro di Amnesty fosse proprio quello di raccogliere le denunce attraverso degli informatori sul posto durante la repressione, e di pubblicare dossier sugli arresti arbitrari, le esecuzioni di massa e le condizioni inumane di detenzione dei prigionieri. Questo materiale era poi inviato al presidente del Ciad attraverso dei telegrammi. Olivier Bercault ha testimoniato il 21 settembre come nel 2001 Hrw abbia scoperto gli archivi della Dds: tra i migliaia di documenti sparsi al suolo, c’erano i certificati di morte dei prigionieri e le note dirette al presidente, che mostrano come Habré stesso fosse il capo gerarchico della Dds.
A rincarare la dose ci ha pensato il 22 settembre Bandjim Bandoum, unico ex agente della Dds che ha accettato di testimoniare: «Tutte le denunce e le lettere inviate dalle ong erano raccolte, riassunte e inviate al Presidente della Repubblica da un servizio apposito della Dds. Habré non ha mai preso alcun provvedimento contro gli autori delle torture».

Imperturbabile

Contadino ultrasettantenne, Garba Akhaye si è presentato il 28 settembre davanti al giudice con un interprete di arabo: «Mi hanno portato alla Dds per interrogarmi sul bestiame dei ribelli. Io non ne sapevo niente. Allora mi hanno legato braccia e piedi e mi hanno picchiato in due. Poi mi hanno appoggiato la testa su uno pneumatico, mi hanno messo un tubo in bocca e hanno immesso dell’acqua fino a che sono svenuto. Mi hanno talmente torturato che non sapevo più se fossi vivo o morto. Mi chiedo se Hissène Habré avesse una madre. Mettevano i fili elettrici sui seni e nelle vagine delle donne. Habré era come un Dio e gli agenti della Dds i suoi angeli della morte».
A pochi metri da lui, seduto davanti alla barra degli imputati, nascosto dietro al consueto turbante bianco e circondato dalle guardie, Habré resta impassibile e muto, mentre le testimonianze contro di lui si susseguono. Tutto fa pensare che il suo imperturbabile silenzio possa durare fino al verdetto finale, previsto per il 28 ottobre.